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Home Come Funziona

Ritrovare la giusta misura in un mondo di integralismi e falsi miti (dal libro Il senso buono) 

da Redazione
28/05/2024
in Come Funziona
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Perché ho scritto questo libro: mangiare è un atto culturale. Ed è questo che racconta questo libro. Studio e frequento il mondo dell’enogastronomia da più di vent’anni. E in questo lungo periodo, durante il quale ho visto il cibo trasformarsi in food, per poi forse accingersi a ritornare un’altra volta cibo dopo una serie ininterrotta di rivoluzioni, ho capito soltanto una cosa: tutto quello che mediamente pensiamo di sapere su questo argomento è sbagliato. O è comunque una visione parziale di un discorso molto più ampio, molto più sfaccettato, molto più complesso. Semplificare la realtà non fa altro che banalizzarla: e riuscire a spiegare davvero che cosa c’è dietro quella passata di pomodoro del supermercato o quella scelta strategica di una guida è esercizio culturale complicato e lungo.

Cambiamo il linguaggio agricolo per capire perlomeno le sfumature, per capire grazie a chi mangiamo: Il lievito madre e i grani antichi, la carne non carne e l’agricoltura biologica, il vino naturale e i cibi senza olio di palma, il chilometro zero e l’italianità a tutti i costi. Puri slogan di propaganda che sono un perfetto combustibile da social network, pur essendo, nella maggior parte dei casi, solo delle fake news ben orchestrate. Bisognerebbe partire proprio dalle scelte lessicali. Preferire il termine “cibo” al termine “food” equivale a smettere di parlare di un fenomeno di moda e di puro entertainment per provare a riportarlo al suo significato più autentico. Provare a spiegare le tendenze e gli slogan, dando loro un contesto e parlandone in una struttura di senso ci porterà a capire meglio che cosa mangiamo, perché lo mangiamo e soprattutto per colpa (o merito!) di chi lo mangiamo.

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Purtroppo, il food si sta spettacolarizzando: Il cibo lo impiattiamo, lo annusiamo, lo contestiamo, lo giudichiamo e – orrore! – lo gettiamo. Così, per fare spettacolo. Per gioco. Questa strada è quella giusta? Secondo me, no. Usare il cibo come divertimento fine a sé stesso, buttarlo per dimostrarsi critici competenti è un’aberrazione rispetto al suo significato più alto e importante. Il cibo è nutrimento e come tale va rispettato e trattato. Ricordando sempre che, anche al netto delle retoriche piagnucolose, quello che per noi è un gioco, per molta parte del mondo è comunque bisogno quotidiano, spesso non soddisfatto.

C’è stato un tempo il cui il cibo era cibo e non food. Ma quand’è che il cibo è diventato food? Quando il cibo era solo cibo, Mario Soldati, il primo vero grande divulgatore enogastronomico italiano, lo raccontava con indimenticabili pezzi di bravura, con tanto contenuto e poco spettacolo, in cui il protagonista era il prodotto e non il conduttore dello show. Forse un po’ lenti, per noi spettatori contemporanei, forse un po’ troppo didascalici, ma sicuramente efficaci e puntuali, di servizio, e davvero in grado di spiegarci gli ingredienti, il territorio, il lavoro e la sapienza artigianale. Negli ultimi anni, con il cibo diventato food, siamo invece arrivati al momento della massima spettacolarizzazione di questo tema, che in televisione ha raggiunto il suo apice con programmi come Masterchef o simili

Soldati ha creato lo storytelling sul cibo: «Viaggiare è conoscere luoghi, genti e Paesi. E qual è il modo più semplice e più elementare di viaggiare? Mangiare e praticare la cucina di un Paese dove si viaggia. Nella cucina c’è tutto, la natura del luogo, il clima, quindi l’agricoltura, la pastorizia, la caccia, la pesca. E nel modo di cucinare c’è la storia, la civiltà di un popolo. L’uomo come ha avuto la prima idea di viaggiare? Ma l’ha avuta molto probabilmente mentre lui stava fermo e guardava qualcosa che si muoveva, 14 che viaggiava, che andava, per esempio le nuvole del cielo, gli uccelli che migrano, un fiume che scorreva». Queste parole sono proprio di Mario Soldati, che, a partire dal 3 dicembre 1957, ha costruito la narrazione culinaria di viaggio italiana con il suo Viaggio nelle valli del Po trasmesso dalla Rai: se, forse contagiati dal food, possiamo usare anche noi una brutta parola, Soldati ha creato lo storytelling sul cibo da scoprire viaggiando: nel suo racconto televisivo, lo scrittore dà vita a un modo controcorrente di divulgare le tradizioni delle cucine regionali, dando lustro ai cotechini e al Parmigiano Reggiano, al riso e ai pesci di fiume, e rivelando alla nazione intera quanto questo suo angolo avesse da dare dal punto di vista paesaggistico e culinario. 

Tuttavia, la cucina e il territorio, negli anni successivi, non sono più andati molto d’accordo. Tutte le trasmissioni venute dopo sono state spesso puro intrattenimento e zero racconto, tanta costruzione autoriale e pochissima spontaneità di personaggi imbrigliati in un ruolo-caricatura che non era loro. Fino al 2021, quando è arrivato Dinner Club e siamo forse giunti alla svolta. Per svoltare, peraltro, questa trasmissione inizia a raccontare l’Italia contemporanea proprio dal grande fiume, quasi come se ci fosse un fil rouge da riprendere, quasi come se quello che è successo nel frattempo fosse stato soltanto un incidente di percorso e servisse il coraggio di guardare indietro per riportarci a un oggi in cui al centro della narrazione tornino a esserci la cucina autentica, le storie delle tradizioni e delle famiglie, di chi alleva ostriche sul Po, di chi riscopre il quinto quarto in Puglia o di chi mantiene la ricetta per dei cannoli perfetti in Sicilia. 

Se cambiamo il linguaggio agricolo, forse riusciamo a raccontare anche a cucina italiana, Che sia la volta buona per riportare la narrazione del food a quella del cibo? Che sia la prima piccola goccia che ci porterà a conoscere davvero l’enorme patrimonio enogastronomico italiano? Vorrei essere parte attiva di questa rivoluzione del linguaggio, e raccontare questa nuova era della cucina italiana contemporanea. Che spiega e non dà per scontato, che narra e non millanta, che capisce e non immagina. E che riporta il food al suo significato originario.

Grazie ad Anna Prandoni e a Linkiesta Books per l’anticipazione.

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