Il giornalista americano Rachel Nuwer ricorda che quando lo tsunami dell’Oceano Indiano del 2004 si abbatté su Kapuhenwala, un villaggio sulla costa meridionale dello Sri Lanka circondato da una fitta foresta di mangrovie, morirono solo due persone. A Wanduruppa, un villaggio a meno di 30 chilometri di distanza che aveva abbattuto gran parte delle sue mangrovie, invece persero la vita quasi 6.000 persone, e i danni furono oltre 10 volte superiori a quelli di Kapuhenwala.
Sono dati molti interessanti. Le mangrovie tra l’altro hanno uno status iconico, sono ecosistemi naturali che forniscono servizi all’uomo. Fungono da aree di riproduzione, deposizione delle uova, schiusa e accudimento per specie marine e pelagiche, e sono importanti per il sostentamento quotidiano delle comunità umane locali.
Difatti, scrive Rachel Nuwer, lo Sri Lanka ricevette circa 13 milioni di dollari per ripristinare le aree degradate delle sue foreste costiere e proteggerle da future catastrofi.
Tuttavia, tempo dopo, Kodikara, il botanico dell’Università di Ruhunan Sunanda, visitò alcuni dei siti di ripristino delle mangrovie nelle prime fasi del progetto per valutarne i progressi e si rese conto che progressi non ce n’erano stati: gli alberi erano tutti morti.
Così Kodikara si prese lo schiribizzo di capire se i luoghi che aveva visitato fossero casi isolati di insuccesso o se rappresentassero un problema più sistemico. Insieme a diversi colleghi, ha esaminato tutti i 23 progetti di ripristino delle mangrovie in corso nel paese. Con loro sorpresa, scoprirono che in nove progetti non era sopravvissuta nemmeno una pianta, e solo in tre il tasso di sopravvivenza superava il 50%.
Secondo Kodikara, l’alto tasso di insuccesso era dovuto principalmente al fatto che la maggior parte dei responsabili non si era preoccupata di consultare esperti scientifici.
Avevano piantato le mangrovie in luoghi non adatti, oppure si erano limitati a infilare le piantine nel fango e ad abbandonarle al loro destino.
“Era diventata solo una questione di soldi”, ha detto Kodikara. “Ricevere dei fondi da un donatore, piantare qualcosa e scattare foto. Nient’altro.”
Questo caso è molto utile, serve a farci capire che hai voglia di parlare di cose mistiche e connessioni a tutto tondo tra noi e le piante, ma gli ecosistemi hanno leggi molto precise, che se non si comprendono caso per caso, ecosistema per ecosistema, finisce poi che una piantumazione di alberi diventa famosa nel mondo non solo come mezzo per proteggere le coste dagli tsunami, ma anche, e soprattutto, come strumento per aziende, paesi e individui facoltosi per ostentare la propria attenzione all’ambiente o per soddisfare i requisiti di compensazione delle emissioni di carbonio. Tutto questo mentre, dall’altra parte, la scarsa progettazione, manutenzione e supervisione di così tanti progetti di piantumazione di alberi compromettono i benefici concreti che questi potrebbero apportare.
Soprattutto, il rapido e facile ritorno economico, l’aura che la piantumazione dona a chi la effettua, distoglie l’attenzione dagli sforzi di mitigazione e adattamento climatico, a scapito del lavoro più difficile e costoso, necessario per scongiurare livelli di riscaldamento disastrosi.
Se fatta bene, la piantumazione di alberi potrebbe aiutarci a costruire un futuro migliore. Ma per farla bene ci vuole attenzione alle evidenze scientifiche e un impegno più deciso nella gestione a lungo termine rispetto a quanto avviene attualmente nella maggior parte dei luoghi.
Mi sa che invece di proporre misticismo “a go go”, ci toccherà essere realistici riguardo al ruolo limitato che la piantumazione di alberi può effettivamente svolgere nella mitigazione del riscaldamento globale.
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