A metà degli anni ’80, ad Agraria, a Portici, studiavo e mi vergognavo. I miei amici avevano scelto Filosofia o Scienze politiche, a Napoli. Sembrano tutti impegnati a leggere e aggiustare il mondo, mentre io stavo affrontando gli esami di botanica e botanica sistematica.
Tra l’altro, quello di botanica andò bene, 28/30, ma quello di botanica sistematica lo feci due volte, la prima volta fui bocciato perché non riconobbi la gramigna e il prof. disse: “vada via e torni il più tardi possibile, mica c’è bisogno di una laurea per riconoscere la gramigna?” La seconda volta presi 18/30, e da allora mi è rimasto un gran desiderio di riconoscere gli alberi e descrivere la loro tassonomia.
Insomma mi vergognavo. Vuoi mettere la filosofia con la fotosintesi? Vuoi mettere Kant con il ciclo del carbonio? Le stelle con la terra? Il profumo di certi ragionamenti con lo stallatico? E difatti, molto spesso mi intrufolavo nelle aule universitarie di Lettere e Filosofia, anche per ascoltare e dibattere su grandi temi (Alberto Abruzzese andava per la maggiore, e giustamente).
All’epoca e per molti anni, di alberi non se ne parlava, figuratevi di agricoltura. Nelle librerie c’erano solo manuali tecnici.
Poi il tempo è passato, e ora, incredibile, nelle librerie c’è una quantità enorme di libri sugli alberi. La cosa particolare è che sono scritti da tutti, meno da quelli che hanno fatto esami di botanica e di botanica sistematica.
Un’intera classe di filosofi, magari i tanti che si sono laureati a Napoli, per esempio, ora ragiona di alberi, e un po’ abbocca a dicerie e sciocchezze, un po’ le propinano loro stessi. Quel genere di sciocchezze che chi ha fatto e rifatto (vergognandosi) esami di botanica sa riconoscere.
Indubbiamente il movimento ha preso le mosse da Stefano Mancuso che ha fatto molto per la divulgazione della botanica, ma che dire: ora è troppo!
Dei filosofi abbiamo già detto, ma alla schiera di folgorati da questa o quella alberatura, si uniscono letterati, mistici, santoni, persone che vedono angeli, tutti, con diverse declinazioni, a parlare di alberi. Col solo scopo di affermare un concetto: siamo tutti connessi, le radici al cielo, la terra all’universo, la nostra anima e all’energia del cosmo.
E’ troppo. Sarà la mia difficoltà a superare quel vecchio esame di botanica sistematica, ma non credo che questa pletora di libri sulle piante possa essere di qualche utilità.
Non credo cioè possa farci capire come funziona una pianta, cosa possiamo fare noi per le piante e le piante per noi.
Nella smania della connessione tra piante e umani si stanno perdendo di vista le necessarie delimitazioni tra noi e il mondo vegetale, tra noi e la terra, tra la terra e l’universo. Senza questi confini tutto è indistinto e vago.
Se prima eravamo “ciechi alle piante” (fenomeno ben studiato) ora che parliamo sempre di piante siamo comunque ciechi, perché si subisce il fascino dell’indistinto. Sfumando difatti i confini tra i singoli ecosistemi (che necessitano di analisi e prove a sostegno e non di vaghe, nonché fatate, parole) ci si perde nel color verde, tanto vago quanto impreciso, e si è vittime quindi di una nuova cecità verso la natura.
Alla fine più che parlare di piante si finisce per parlare di filosofi mistici e santoni che hanno scopeto l’illuminazione attraverso le piante.
Oggi parliamo di piante, ma terra terra, eh






