In che stato siamo? Chiese Stefano Iossa (professore di letteratura italiana) a un esaminando napoletano (erano esami di terza media un po’ complicati). Quello rispose: stiamo messi molto male.
Così pare lo stato dell’agricoltura italiana. In realtà non molto male, ma non ancora bene. Diciamo che è in trasformazione. Non è il parere di un esaminando qualsiasi, ma l’ultimo rapporto Istat che analizza quasi 20 anni di produttività agricola italiana, dal 2006 al 2025.
Ebbene, il rapporto in questione arriva alla conclusione che l’agricoltura italiana è profondamente diversa da quella di vent’anni fa (ne ha parlato anche Andrea Sonnino in un articolo per i Georgofili).
Nella sostanza, alcune colture e alcuni comparti stanno molto male, nel senso che arretrano significativamente e mostrano poca capacità di ripresa futura, mentre altri si rafforzano. E ci sono alcune sfumature che ingarbugliano il quadro ma nello stesso tempo rendono più interessante l’analisi.
Facciamo qualche esempio. Il mais. Tra il 2006 e il 2025, la superficie coltivata si è ridotta del 51,2% e la produzione del 42,7%, mentre la resa per ettaro è aumentata del 17,4%. Come mai? Che ci dice questo dato? Ci suggerisce una situazione duplice. Da una parte il mais si coltiva solo nelle aree e nelle aziende maggiormente vocate, quindi si riscontra anche una maggiore efficienza.
Dall’altra parte la contrazione della produzione nazionale ha anche accresciuto la dipendenza dalle importazioni, oggi circa quattro volte quelle del 2006, con conseguenze particolarmente rilevanti per la zootecnia.
Se prendiamo il frumento notiamo la stessa dinamica analoga. Il frumento duro ha perso il 15,5% delle superfici e il 9,3% della produzione, mentre il frumento tenero ha registrato una diminuzione della produzione del 21,4%. All’opposto, la soia ha quasi raddoppiato la produzione (+94,6%), accompagnata da un minore incremento della superficie del 69,1%.
Anche il comparto frutticolo segnali contrastanti. Tra il 2006 e il 2025 la produzione di pere è diminuita del 60,6%, soprattutto per effetto dei problemi fitopatologici. Quella di pesche del 40,7% e quella di nettarine del 43,5%.
Invece crescono clementine, kiwi e mele. In questi settori, anche se i dati mostrano una diminuzione delle superfici coltivate, si registra un aumento della resa. Quindi su meno terra si produce di più.
Infine, il caso dell’olio è il più significativo. Dal 2006 al 2025 la produzione di olio di oliva è passata da 603,3 a 378,6 milioni di litri (-37,6%). Un bel declino per una coltura di cui facciamo vanto. Nel 2025, solo il 21,4% della produzione nazionale di olio di oliva è destinata al mercato interno (81 milioni di litri su 379): il fabbisogno interno di olio di oliva è alimentato con 565 milioni di litri di olio di oliva importato, livello pari a 1,5 volte la produzione nazionale.
E’ o non è un paradosso? L’Italia mantiene una forte identità produttiva e commerciale legata all’olio di oliva, ma una parte consistente del fabbisogno nazionale viene soddisfatta attraverso il mercato internazionale.
Se non stiamo proprio messi male ma bene non stiamo, allora stiamo in trasformazione. Invece di vantarci di questo e di quello e della bontà delle nostre antiche e tradizionali produzioni, dovremmo analizzare con attenzione la trasformazione e capire come intervenire.
Lo abbiamo già visto e temo che lo rivedremo a breve. L’agricoltura è un sistema complesso, una lunga filiera, una ragnatela di interessi e se un filo (metti il costo del gasolio) si annoda ne risentirà tutto il sistema.
Già i sistemi complessi sono difficili da governare, ma staremo messi male finché proteggeremo questo o quel settore senza innovarlo, limitandoci cioè ad operazioni di copertura, a raccontare storie di quanto si mangi bene da noi e di che produzioni divine siamo capaci, e poi sottovalutare e non finanziare la ricerca.
Sì, ma che significa ricerca? Significa capacità di lettura e flessibilità. Stiamo sotto il cielo e in balia del caos internazionale. Possiamo essere più efficienti se crediamo all’innovazione genetica, all’agricoltura di precisione, alla gestione efficiente dell’acqua, alla conservazione della fertilità dei suoli, alla digitalizzazione, miglioramento delle tecniche colturali e nuove forme di organizzazione delle filiere, ecc. ecc.
Se saremo capaci di fare tutto questo allora potremo dire che non stiamo messi così male.
https://www.istat.it/comunicato-stampa/produzioni-agricole-e-zootecniche-anno-2025/







