La raccolta è un lavoro faticoso e costoso, tra l’altro nella frutticoltura viene concentrato in un breve periodo di tempo, quindi, trovare persone formate per quelle settimane è ogni anno più difficile.
C’è un’azienda innovativa, la Tevel, che produce piccoli droni collegati via cavo a una piattaforma a terra. Questi droni riescono a staccare i frutti uno a uno.
Staccare i frutti uno a uno significa anche poterli esaminare. Difatti, i droni non solo li staccano dalla pianta, ma, mentre raccolgono, ne stimano colore, calibro e peso, e infine, registrano da quale pianta vengono e quando sono stati staccati: ogni frutto diventa un dato, un modo per aumentare la trasparenza della filiera, non più dal campo al consumatore ma dalla singola pianta al consumatore.
Detto meglio, se conosciamo il frutteto pianta per pianta, possiamo decidere meglio quando e dove raccogliere, riconoscere, poi, i difetti prima che la frutta entri in magazzino, e dare alla filiera italiana, che sulla qualità e sull’origine ha costruito la sua reputazione, una tracciabilità che comincia dall’albero.
La Tevel precisa che le misure vanno ancora affinate e confrontate con le calibratrici dei magazzini, e il riconoscimento dei difetti è un obiettivo, non ancora un risultato. Insomma, siamo a metà strada, tra lo strumento di supporto e l’automazione assistita, non all’autonomia vera.
Tra l’altro, l’innovazione è più efficace quando c’è sinergia con altre realtà. Per esempio, Tevel sostiene che la pianta conta quanto il software. Per questo motivo, con l’Università di Bologna hanno misurato che una potatura verde mirata porta la quota di frutti raccolti dal robot da circa il 73% a oltre il 90%.
Insomma, non si tratta di una macchina che sostituisce l’agricoltore, ma questa macchina funzionerà al meglio se sarà un pezzo di un contesto più ampio, il risultato di diversi tipi di competenze.








