Agricoltura è anche territorio, lo diciamo sempre. Ma se il territorio subisce un dissesto economico, poi l’agricoltura riesce a innervare beneficamente il territorio?
Ora, la relazione della Corte di Conti, depositata il 30 settembre 2026, evidenzia una forte vulnerabilità territoriale, legata non solo alla gestione degli Enti ma anche a fattori economici e sociali strutturali.
Nella sostanza la relazione evidenzia che tre Regioni raccolgono ben l’80% dei dissesti dichiarati: sono Campania, Calabria e Sicilia.
In Calabria, il 54% dei Comuni ha avuto almeno una crisi, in Sicilia il 41% e in Campania il 39%.
Che si fa a questo punto?
Va precisato che il Comune non può fallire, o meglio non può fallire come invece fallisce un’azienda, ma che all’uopo si dichiara fallimento quando il Comune non riesce a pagare i creditori o i servizi essenziali.
Per prima cosa si nomina una commissione straordinaria di liquidazione che dovrà ripianare i vecchi debiti. L’unico modo per farlo e alzare i tributi, per cinque anni, che il limite consentito dalla legge. Quindi, nella sostanza, un Comune ha cinque anni di tempo per ripianare il buco
Il report della Commissione spiega perché l’80% dei fallimenti riguarda il Sud. In sintesi: la riscossione dei tributi è troppo bassa, quindi non entrano soldi in cassa. Da parte sua il Comune nella parte attiva del bilancio mette i soldi che devono arrivare ma poi i cittadini non pagano o non ce la fanno a pagare i tributi e quella somma da incassare rimane scoperta.
Il Comune deve andare a riscuotere e secondo il report della Commissione questa parte è per varie ragioni deficitaria, insomma non è facile riscuotere, per vari motivi che il report elenca.
In questi casi, il Comune cerca una strategia di uscita, iscrive a bilancio le riscossioni che prima o poi conta di avere. Secondo la Commissione spesso i Comuni sopravvalutano la cifra attesa creando aspettative non realistiche e insomma si finisce che per anni a bilancio si inserisce nella voce entrata: soldi in arrivo. Che però non arrivano mai.
Anche per questo, dal 2015, sono entrate in vigore nuove regole contabili obbligano a mettere da parte un fondo per i crediti difficili da riscuote, insomma un fondo, cioè soldi, per riscuotere dei soldi che difficilmente verranno riscossi.
Quasi nessuno riesce nei cinque anni previsti a ripianare il buco, tanto è vero che dal 2007 solo il 17% dei dissesti è stata ripianato nei cinque anni previsti, dunque la crisi ricomincia e si va avanti con una nuova Commissione liquidatrice e altri cinque anni.
Il report segnala che ben 92 comuni calabresi e 79 siciliani hanno avuto più dissesti e ancora oggi molti comuni dissestati sono il risultato di programmi di riassetto di bilancio falliti in precedenza.
Vabbè, chi paga? Pagano i cittadini che come in un condominio devono aumentare le quote per sanare i debiti, pagano ancora una volta i cittadini perché il comune eroga meno servizi e infine pagano le imprese che hanno un credito e che non vedendo mai arrivare quei soldi, in prospettiva potranno smettere di far credito o di investire in quei territori.
Siccome l’agricoltura innerva un sistema complesso, si capisce che una buona gestione comunale serve all’agricoltura, così come una buona pratica agricola può contribuire a mettere in sicurezza il bilancio comune. Una sfasatura in questo dialogo porta alle conseguenze che vediamo: declino di alcuni territori, incapacità di investire per il futuro. Finisce che diventiamo tutti frustrati e cela prendiamo col grano canadese, così per dire.
Per leggere il rapporto:
https://www.corteconti.it/Download?id=b6816222-6364-44a2-9d96-6eca62390f27







