Con piglio esistenzialista, possiamo dire che la nostra storia altro non è che il tentativo di affrancarci dal lavoro e dalla fatica?
Forse sì, e chissà se mai ci riusciremo. Certo, qualche miglioramento c’è stato. Il logorio della vita moderna, per citare la nota pubblicità col fantastico Ernesto Calindri (morto a 90 anni nel 1999, e che ho visto ballare come un ragazzino al Bellini di Napoli nel 1986), non è nulla al confronto con la fatica che i nostri antenati hanno dovuto patire per millenni.
Georges Vigarello, storico e sociologo, già direttore di studi all’École des hautes études en sciences sociales, nel suo libro Storia della fatica. Dal Medioevo a oggi (appena pubblicato in Italia dal Saggiatore) fa notare come la fatica contadina per secoli e secoli non è stata nemmeno documentata, figurarsi se qualcuno si premuniva di analizzarla. In epoca medievale (periodo storico che è durato un millennio, almeno secondo la nota classificazione) la fatica rappresentava una specie di percorso iniziatico per viaggiatori (ci si purificava viaggiando) per guerrieri (la fatica era esaltata e ricercata) e naturalmente rappresentava il viatico per la redenzione per i vari santi e sante.
Contadini? Quelli che faticavano in ambienti scarsamente produttivi? E niente, le loro imprese quotidiane non sono pervenute: in quei contesti la fatica non avviava nessun principio di redenzione o di purificazione, i contadini non avevano voce in capitolo.
Bisogna aspettare il 1200 dc, la fine della servitù della gleba (nel 1861 la servitù della gleba è stata abolita in Russia, tanto per dire, i contadini, 200 anni fa, come racconta Gogol’, erano niente altro che anime morte), quando nelle campagne arrivano i primi rudimentali attrezzi agricoli che, aumentando di poco la produttività, permisero almeno di classificare i vari gradi di fatica: di trasformare cioè un lavoro di durata infinita in uno di durata definita.
Molti schiavi acquistavano la libertà (per modo di dire), e le esigenze di produttività permisero anche di stabilire chi era più produttivo, dunque di costruire una scala valoriale per la fatica.
L’uso della vanga e della falce (comunemente rappresentati) erano per esempio considerati compiti esclusivamente maschili così come la trebbiatura e la spulatura, mentre alle donne, ritenute più fragili, oltre a badare ai figli (altra fatica non considerata) erano affidati altri compiti, per esempio maneggiare falcetto e rastrello.
Quello che legava il grano era pagato più di quello che mieteva. Due denari per quello che radunava, serrava e legava il grano, e un denaro e mezzo per quello che mieteva: pensate già la fatica del mietitore, valeva di meno di quella che compiva il legatore.
Quello che arava prendeva di più di quello che erpicava. Comunque, nonostante i piccoli progressi, e quel soldo di più o di meno dato al povero cafone, c’era sempre (nei racconti) l’immaginario del cafone, appunto, la cui fatica veniva derisa. Il cafone che tornava dalla campagna stanco morto dopo essersi alzato prima dell’alba, quando ancora era buio, e tornato a casa col buio, dopo il tramonto, veniva messo a letto dalla moglie che lo preparava per la nuova fatica da vivere l’indomani mentre lei andava dall’amante.
Ancora resta vivo il mistero: perché abbiamo optato per l’agricoltura? Il rapporto con la fatica e con la vita era molto diverso nei nostri antenati cacciatori raccoglitori. Alla fine sembra che la transizione agricola ci abbia resi (ma solo di recentissimo) più sazi ma abbia complicato parecchio il mondo, e siamo ancora qui con piglio esistenzialista a chiederci se la nostra storia altro non sia che il tentativo di affrancarci dal lavoro.
Forse abbiamo fermentato la birra e poi il vino per non pensare alla fatica, o forse per assicurarci una costante produzione di alcol abbiamo cominciato a coltivare e non siamo più usciti da questo circolo vizioso.
Sia come sia, sono solo ipotesi che non riusciremo mai a provare. Se vogliamo ridurre la fatica, perlomeno nei campi, se intendiamo batterci di nuovo contro la schiavitù (il bracciantato odierno assomiglia parecchio alla servitù della gleba) dobbiamo insistere sull’innovazione. Produrre bene, in maniera sostenibile significa anche lavorare con gioia e senza fatica. Le macchine possono fare tanto, e capire come manovrarle al meglio è compito nostro.
Naturalmente, per far accettare le macchine e l’innovazione in agricoltura ci vorrebbe una battaglia culturale fatta da tanti e purtroppo le voci che contano in campo agricolo non pensano di certo all’innovazione, bensì a rafforzare la propria presenza sul mercato: sono sovranisti di fatto, come spiega Alfonso Pascale nell’articolo qui di seguito.







