A una quarantina di miglia da Jackson, Wyoming, Stati Uniti, una ventina di auto erano ferme, parcheggiate a bordo strada in una lunga fila. Davanti, un mare d’argento di arbusti di artemisia si estendeva fino alle ombre lontane degli alberi. Sullo sfondo, maestose, le montagne del Grand Teton, battezzate così dai primi esploratori francesi che, scherzando, le avevano chiamate les trois tetons—i tre seni—per via delle loro forme arrotondate. Era lì che le persone si radunavano pazientemente, sperando di scorgere un’ombra familiare tra gli alberi. In fondo a quella radura, l’orsa grizzly 399 compariva spesso, accompagnata dai suoi cuccioli.
C’era chi veniva appositamente per lei, riscaldandosi nelle fredde mattine con il vapore che usciva dalla bocca, un caffè americano caldo tra le mani, una coperta sulle spalle. A volte l’orsa non si faceva vedere. Io, per esempio, non l’ho mai vista. Mia sorella Michela sì. L’aveva vista proprio lì, durante la sua prima stagione di rilievi, come ricercatrice nella zona. La sua emozione era incontenibile: un animale così magnifico e fiero, così anziano. Con i suoi 28 anni e 18 cuccioli, l’orsa 399 era diventata la più vecchia e prolifica madre grizzly di tutto il complesso Yellowstone, era un simbolo.
Michela mi raccontava come, secondo le ipotesi della stazione di ricerca, 399 avesse trovato un modo ingegnoso per difendere i suoi cuccioli dai maschi aggressivi: si avvicinava ai margini delle strade. Era diventata così “l’orsa della strada”.
Quell’orsa aveva trovato vantaggioso sfruttare una pressione selettiva esercitata inconsapevolmente dalla presenza umana—non come quando persone imprudenti rendono animali potenzialmente pericolosi troppo confidenti offrendo loro cibo. Nei parchi esistono regole ferree: non dare da mangiare agli animali, mantenere le distanze di sicurezza. L’uomo deve cercare di ridurre al minimo il condizionamento sugli animali, perché la loro familiarità con noi può essere pericolosa per noi, ma anche e soprattutto per loro.
Eppure, il comportamento dell’orsa 399 era stato modificato in risposta alla nostra presenza, senza che ce ne accorgessimo, senza che avessimo un ruolo consapevole. E con il tempo, proprio per questo, era come se tutti si fossero affezionati a lei, che sembrava conoscere vie segrete per sfuggire ai pericoli dei suoi stessi simili, trovando un modo tutto suo di sottrarsi alle leggi spietate della natura.
Fino alla settimana scorsa, quando è stata investita da un’auto.
A Michela e a tutto il Grand Teton è parso che il tempo si fermasse con quella notizia, così come ogni abitante di quei luoghi che l’aveva vista almeno una volta, e io, che non ho avuto tale privilegio, ora so che non la vedrò mai, e ci si domanda se quella strada non fosse sin dall’inizio una trappola ecologica, una promessa spezzata, un’illusione di sicurezza che l’ha portata inevitabilmente alla sua fine.
Anche negli angoli più remoti, dove l’uomo si reca spinto dalla curiosità e dalla meraviglia, vengono introdotti dei sottili cambiamenti. Non si tratta di un male intenzionale: è il nostro stesso desiderio, quell’ansia di conoscere, che dà forma a un paradosso. Nell’osservare, già interveniamo; nel meravigliarci, modifichiamo. Così, l’atto di contemplare si trasforma, suo malgrado, in presenza tangibile: il nostro osservare cambia, inevitabilmente, ciò che osserviamo, nel bene e nel male.







