Le prime colture GM in Europa sono state testate sul campo principalmente in Italia e Francia tra il 1992 e il 2004. I tratti modificati includevano oltre una dozzina di caratteristiche di tolleranza o resistenza in 24 diverse specie di piante. L’Italia ha infatti una lunga tradizione nell’allevamento delle piante utilizzando le ultime tecnologie.
Negli anni ’30, il genetista Nazareno Strampelli ha sviluppato varietà di grano con dimensioni ridotte incrociando il grano tenero con cultivar semi-nane esotiche, anche prima del famoso lavoro di Norman Borlaug. Gian Tommaso Scarascia Mugnozza ha introdotto l’applicazione della mutagenesi vegetale mediante radiazioni ionizzanti e Francesco Salamini ha guidato l’allevamento nell’era della genetica molecolare e della biotecnologia.
La politica italiana ha inizialmente mostrato interesse per la biotecnologia con investimenti pubblici nella ricerca e nell’ICGEB di Trieste, e lo sviluppo di un settore privato agro-biotecnologico. Tuttavia, all’inizio del millennio, nuovi sviluppi politici hanno paralizzato l’uso delle tecnologie del DNA ricombinante e bloccato la ricerca sulle piante.
Le ragioni di questo arresto improvviso includevano un nuovo movimento ambientalista, preoccupazioni pubbliche sulle nuove tecnologie e la contaminazione degli ecosistemi naturali, e l’avversione dei consumatori verso le multinazionali alimentari. Gli interessi economici accompagnavano queste preoccupazioni pubbliche: il ritardo tecnologico delle aziende europee di breeding, il potenziale impatto sulla produzione di agrofarmaci in Europa dovuto ai nuovi tratti genetici e la competizione per i sussidi agricoli dall’UE.
Questi sviluppi politici e l’opinione pubblica hanno creato un’atmosfera di apprensione e scetticismo sull’innovazione tecnologica in agricoltura. In questo clima, il Ministro della Salute italiano ha firmato un divieto temporaneo sulla coltivazione di mais Bt nel 1997, basato sulle preoccupazioni che l’inserimento del gene dell’endotossina Bt potesse generare resistenza negli insetti non bersaglio, causando potenzialmente la perturbazione dell’ecosistema.
Tre anni dopo, il governo italiano ha sospeso temporaneamente la commercializzazione di farine di mais Bt in Italia, sulla base dell’articolo 12(1) del regolamento UE 1997/258/CE, in base al quale uno stato membro dell’UE può adottare misure di salvaguardia nazionali, a seguito di nuove informazioni o di una rivalutazione delle informazioni esistenti, quando il governo ha motivo di ritenere che l’uso di un alimento o di un ingrediente alimentare metta in pericolo la salute umana o l’ambiente. Questo decreto, noto come decreto Amato.
Queste decisioni politiche scatenarono la reazione degli scienziati italiani di varie discipline che, il 13 febbraio 2001, si riunirono nella biblioteca della Camera dei Deputati italiana per opporsi a quelle che percepivano come politiche oscurantiste sugli OGM che influenzavano negativamente la ricerca sulle piante.
Questo evento fu ampiamente trattato dai media italiani e ebbe un impatto significativo sul dibattito politico. Nel frattempo, presso l’Unione Europea (UE), la necessità di regolamentare l’uso degli OGM e il crescente scetticismo pubblico al riguardo portarono all’adozione della Direttiva 2001/18/CE, caratterizzata da un forte approccio precauzionale. In Italia, la Direttiva 2001/18/CE è stata recepita dal Decreto Legislativo n. 224/2003.
A differenza della Direttiva UE, il Decreto italiano ha introdotto una valutazione obbligatoria del rischio per il rilascio di piante geneticamente modificate a fini scientifici, ignorando così le critiche di un gran numero di scienziati. Soprattutto, ha introdotto sanzioni fino a tre anni di carcere per chiunque pianti una coltura geneticamente modificata senza previa autorizzazione.
Più specificamente, la coesistenza richiedeva che chiunque volesse piantare un OGM dovesse rispettare specifici “Protocolli sperimentali” che descrivessero la biologia, l’habitat e la riproduzione di ciascuna specie vegetale. Le caratteristiche dei protocolli sperimentali avrebbero dovuto essere descritte nell’articolo 3 della legge. Tuttavia, non è stata data alcuna scadenza per la loro stesura e, 19 anni dopo, non è stato approvato un solo “Protocollo sperimentale” dal Ministero dell’agricoltura italiano.
Senza protocolli, non potrebbe essere intrapresa alcuna sperimentazione in campo di OGM, nemmeno a fini di ricerca di base. Così, anziché regolamentare la coesistenza, e nonostante la Corte Costituzionale italiana abbia riconosciuto un principio di coesistenza di colture diverse a garanzia della libertà d’impresa e della tutela della salute e dell’ambiente, la legge ha portato di fatto a un divieto durato 20 anni, per l’assenza di ‘Protocolli sperimentali’.
Di conseguenza, l’Italia è passata da 300 promettenti sperimentazioni sul campo nel periodo tra il 1992 e il 2004 a zero nei 20 anni successivi. Solo una sperimentazione sul campo con ciliegie, ulivi e kiwi GM presso l’Università della Tuscia è continuata fino al 2012, ma solo perché comportava rinnovi automatici di vecchie autorizzazioni. Nel 2012, Eddo Rugini, il ricercatore principale di quei progetti di ricerca, è stato costretto a distruggere i suoi alberi GM, che stavano appena iniziando a produrre risultati scientifici. Poiché il governo italiano ha deciso di vietare la coltivazione di OGM per uso commerciale, non aveva senso sponsorizzare la ricerca che avrebbe potuto portare allo sviluppo di nuovi OGM. Questo era un messaggio chiaro: non c’era futuro per la coltivazione di piante GM sul suolo italiano.
Con lo sviluppo di tecnologie di editing del genoma basate su CRISPR/Cas, diversi scienziati vegetali, che avevano lavorato per anni sotto il divieto di coltivazione di OGM, hanno riacceso il dibattito sulla modifica genetica delle piante. Una caratteristica fondamentale di questo sistema è la capacità di introdurre piccole modifiche mirate in un genoma senza integrare in modo permanente un transgene per conferire le caratteristiche desiderate. CRISPR ha sfidato le leggi UE esistenti perché le piante ottenute modificando specifici nucleotidi sono indistinguibili da quelle ottenute da mutazioni spontanee che non sono regolamentate.
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Una risposta parziale sull’equivalenza tra piante modificate e OGM è stata fornita dalla CGUE nel luglio 2018. La Corte ha affermato che l’editing genetico dà origine a un OGM, secondo la definizione legale dell’articolo n. 2 della direttiva 2001/18/CE, e quindi le piante modificate rientrano nella normativa sugli OGM. Questa interpretazione non è stata sorprendente: la CGUE fornisce valutazioni basate sulle leggi esistenti ma non può estendersi oltre il significato della legge per crearne una nuova. Inoltre, l’editing del genoma non poteva essere esentato dalla direttiva a causa della sua novità.
Dalla sentenza della CGUE del 2018 che ha classificato le piante geneticamente modificate come OGM, gli scienziati italiani hanno continuato a produrre mutanti CRISPR in varie specie vegetali e hanno avviato un dialogo attivo con i politici e la società. Nel tentativo di migliorare la comunicazione e dissociarsi dal termine OGM, la Società Italiana di Genetica Agraria (SIGA) ha proposto un nome diverso e “più semplice” per le nuove tecniche genomiche: ” Tecniche di Evoluzione Assistita ” (TEA). La TEA enfatizza le tecnologie piuttosto che l’organismo stesso, rendendo il termine resiliente ai progressi tecnologici, a differenza della definizione legale di OGM. Tra le poche organizzazioni italiane che hanno sostenuto queste questioni, un contributo significativo è arrivato dall’Associazione Luca Coscioni per la Libertà di Ricerca Scientifica.
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