La cioccolateria aveva un aspetto ottocentesco. Arredi in boiserie scura, un bancone alto di legno e vetro pieno di leccornie e perfino un vecchio divano di pelle, che invitava quasi a mettersi comodi, per gustare con lentezza le prelibatezze custodite come gioielli nelle vetrine.
Il profumo di cannella, vaniglia, cacao, zucchero, impregnava l’aria come una musica e seduceva lentamente narici e papille.
Tra tutte quelle squisitezze, ce n’era una che non assaggiavo dagli anni della mia infanzia, da quando mia madre, con grande serietà, entrava nella prestigiosa cioccolateria per fare un regalo quando andava in visita e alla fine, dopo aver scelto, come fosse un diamante l’assortimento di nudi – il nome evocava già in me qualcosa di proibito e seducente- mi metteva in bocca un pezzo piccolo di cioccolata foresta, premio se ero stata buona e zitta. Erano poco più che briciole di quella scultura fatta di una filigrana fragilissima a comporre un ramo, friabile e al contempo croccante e morbida: una specie di prodigio. Sulla punta della lingua si fondeva all’istante in una sinfonia di sapori: ammalianti quelli dello zucchero e della vaniglia, spregiudicato quello del cacao purissimo.
Entrai dunque nella cioccolateria e ne riconobbi l’aroma inconfondibile. Come se avessero avuto vita propria, i miei occhi cercarono l’oggetto del desiderio e della tentazione. La cioccolata foresta era esposta in tronchetti di ogni misura in una delle vetrine. Ne acquistai uno medio, che fu incartato nel tipico sacchetto di carta bianca con scritta blu.
Subito fuori dal negozio, raccolsi con la punta del dito frammenti sbriciolati di cioccolato e li posai sulla lingua. La scioglievolezza setosa del cioccolato, l’inebriante sapore, esplosero nella mia bocca riportandomi ai momenti di tenerezza e complicità con mia madre, a tempi lontani, a quando credevo alle fiabe e la cioccolata foresta mi era conferita come un trofeo.








