Per un breve periodo della mia vita ho vissuto in una zona della campagna romana.
Una serie di circostanze mi portarono a trasferirmi, dal cuore della città, verso il mare, per circa 18 mesi, così finalmente potei realizzare il mio sogno di avere un gatto. Non era proprio mio, in realtà girava in diverse case, mangiava da tutti, come molti altri gatti della zona, alternando vita libera da cacciatore a coccole domestiche. Era nero, pelo lungo, molto cicciotto. Il mio ideale. Non avevo molta fantasia, lo chiamai Miao. A un certo punto però le cose cambiarono. Quando venne l’inverno, una sera, dopo aver mangiato a casa mia, si finse morto per non uscire, così, per la prima volta, dormì con me, sopra i miei piedi. Finita la mia missione in quella zona, dovetti fare le valigie e tornarmene in centro. Non potevo portare Miao con me e chiuderlo nel mio appartamento senza neanche un balcone, sarebbe stata una cattiveria.
Ogni 15 giorni lo andavo a trovare però, e quando parcheggiavo la macchina davanti al cancello della mia ex abitazione già lo vedevo arrivare da lontano, correva a 4 zampe infuriato e allora scendevo dalla macchina, mi mettevo a correre pure io e poi lo prendevo e me lo mettevo al collo.
La mia vicina di casa della campagna un giorno mi chiamò e mi disse che il gatto era rimasto ferito in un litigio con un altro gatto. Ha una brutta infezione in testa, un buco con il pus che non va via. Così mi precipitai da lui, lo presi e lo portai da veterinario, che gli tagliò parte del pelo intorno alla ferita, lo disinfettò per bene e gli mise il collare elisabettiano. Doveva prendere medicine e tenere il collare per 21 giorni. Decisi di portarlo in città con me, per curarlo. Non fece storie all’inizio, sembrava del tutto normale quel cambiamento per lui, così, dopo il periodo di cura, pensai di provare a tenerlo. Non andò bene, piano piano divenne depresso, rimaneva acciambellato tutto il giorno sulla sedia con il muso basso. Poi scoprì che c’era un cortile nel mio palazzo, un cortile pieno di piante e una fontana con una vasca e dei pesci, e iniziò ad affacciarsi spesso dalla finestra a guardarlo. Un giorno volle uscire di casa, scese le scale e si mise fuori dal portone che dava sul cortile. Comparve una gattina nera, molto piccola e molto magra, che si mise ferma a pochi metri da lui, minacciosa. Si guardarono negli occhi per un bel po’, poi lui abbassò lo sguardo e tornò indietro. Continuò così per giorni, finchè una mattina le cose andarono diversamente. Lui non fece cadere lo sguardo, lo tenne fisso su di lei e lei poi iniziò a sbattere gli occhi, ripetutamente. Era un segnale di cedimento, gli dava il permesso. Il mio gatto, Miao, ce l’aveva fatta. Da quel momento in poi ha iniziato uscire ogni giorno in cortile con lei, e quando faceva tardi, lei saliva fino alla porta di casa mia e si metteva a miagolare.








