Sono un molestatore. Non mi vergogno però di quello che faccio, perché sono un molestatore per affezione, per amore, sempre incondizionato. Sono un molestatore di gatti, un cat caller seriale. Ogni gatto che mi capita a tiro è un suono di richiamo che esce dalla mia bocca, uno schiocco di labbra, un muci-muci-muci, un vieni qui bel micio. Il mio essere un cat caller deriva dal mio amore incondizionato per i gatti, non dal fatto che non un gatto mio: termine stupido lo so, perché un gatto non è mai di un essere umano, ma appartiene a se stesso, al massimo concede all’essere umano di convincersi che gli appartiene. Certo non ho un gatto mio, ma anche se ce l’avessi farei tutto quello che faccio lo stesso, sarei comunque un cat caller serial. È una questione d’affezione. Mi affeziono a un gatto dal primo istante che lo vedo. Se lo vedo da lontano, l’affetto aumenta al diminuire della distanza che mi separa da lui. Istanti che prendono la forma di una vita insieme. Non è che provi piacere a schioccare le labbra e a richiamare tutti i gatti che incontro, o forse sì e sto solo mentendo a me stesso. Lo faccio perché non so resistere, perché non riesco a trattenermi, perché ritengo che, in un modo o nell’altro, è meglio distribuire amore, perché, credo nemmeno troppo inconsciamente, che se gira più amore per il mondo, questo mondo guerreggiante possa essere meno guerreggiante e più pacifico. Che sia una cavolata è ovvio, ma si sa mai. È da una vita che faccio così, l’avrò fatto migliaia di volte. E ogni volta che un gatto, giustamente, mi ignora o mi fa capire che non ha la minima voglia di essere importunato, ci rimango male. Mi intristisco e non continuo. Pure loro hanno il diritto di non essere importunati. Anche se, in fondo, non li capisco. Perché il mio è un messaggio d’amore e la speranza, con l’amore, è di essere ricambiati.








