Fino ad ora, i viticoltori biologici avevano a disposizione 47 prodotti a base di rame. Oggi ne rimangono 17, 15 dei quali sono soggetti a una futura rivalutazione da parte dell’Italia. Il rame, secondo l’ANSES (Agenzia francese per la sicurezza e la salute alimentare, ambientale e sul lavoro), non è un prodotto innocuo: né per chi lo utilizza né per le api, come dimostra l’aggiunta della designazione SPe8.
Tra l’altro non è nemmeno naturale, non basta il minerale nudo e crudo per avere un’azione anti patogeno, ma ci vuole il solfato di rame (CuSO₄) la cui sintesi è, ovviamente, industriale, e avviene principalmente facendo reagire il rame o i suoi ossidi con acido solforico.
Inoltre, anche volendo, con molte forzature, definirlo un fungicida naturale, il rame viene pur sempre prelevato in miniera.
A proposito di miniera, il saggista Ed Conway autore de La materia del mondo – Una storia della civiltà in sei elementi (Marsilio editore) ci ricorda dell’esistenza della città di Chuquicamata, in Cile settentrionale. Un luogo – scrive -fuori dal comune: una enorme e spaventosa miniera di rame. Questa città è nota perché, arrivandovi, all’improvviso ci si trova di fronte a un enorme crepaccio.
In cima a quella che dovrebbe essere una montagna, c’è un canyon spettacolare: il fondo è a malapena visibile e le pareti sono talmente ripide da causare le vertigini. Ma non si tratta di un canyon, è la miniera di rame di Chuquicamata, un buco enorme scavato nel paesaggio montuoso del deserto di Atacama.
Scrive Ed Conway: “Più lungo e più largo di Central Park a New York, è così profondo che potrebbe inghiottire anche l’edificio più alto del pianeta, il Burj Khalifa di Dubai, parafulmine compreso.
Da qui è stata rimossa più terra che da qualunque altro luogo nel corso della storia. È una delle più improbabili meraviglie ingegneristiche dell’era moderna.
La profondità è così spaventosa che i camion prodotti dalla giapponese Komatsu che trasportano i minerali estratti dal fondo della cava si vedono a malapena, sebbene siano tra i veicoli più grandi al mondo. Impiegano più di un’ora ad arrivare in cima.
Quando raggiungono i depositi nei pressi della cittadina, le rocce vengono sbriciolate – più o meno come succede nella miniera d’oro di Cortez, in Nevada – e ridotte in polvere, che poi viene mescolata a una speciale soluzione liquida in cui si forma per flottazione una schiuma contenente il «concentrato di rame», una specie di terra scura e granulosa che contiene il trenta per cento di rame circa. In parte questo concentrato viene fuso e sottoposto a elettrolisi, per ottenere lastre quasi completamente pure di rame luccicante: i cosiddetti «catodi»; in parte viene mandato altrove per essere raffinato e trasformato nel prodotto finito.
Ogni giorno parte un treno pieno di catodi e rame concentrato che percorre fino alla costa la linea ferroviaria, la stessa che fu all’origine della guerra del salnitro: mentre i catodi vanno ai produttori, il concentrato viene caricato su navi portacontainer e spedito alle raffinerie in Cina, dove il rame cileno diventa rame puro. La stragrande maggioranza del rame mondiale – l’ottanta per cento circa – viene prodotto in questo modo, lontano dai luoghi di estrazione, e dunque è molto difficile risalire con precisione al luogo di provenienza. La maggior parte delle lastre, delle barre e dei cavi di rame è un miscuglio di atomi da tutto il mondo: da Cile, Australia, Indonesia, Repubblica Democratica del Congo, e da rame riciclato estratto chissà dove moltissimo tempo fa. Ogni lastra è una manifestazione tangibile della globalizzazione. Essendo di gran lunga la miniera più grande del pianeta, possiamo dire con ragionevole certezza che c’è un po’ di Chuquicamata accanto a noi in questo momento.
Anche se oggi il fatto che sia davvero la miniera più grande del pianeta è in discussione. In base a un determinato parametro – la quantità di metallo estratta da un singolo luogo – i giacimenti di minerali ferrosi presenti in Australia, Brasile o Russia supererebbero facilmente Chuquicamata. Ma siccome i minerali ferrosi si trovano di solito in concentrazioni molto più elevate del rame – circa il sessanta per cento in ogni pezzo di minerale, in confronto allo 0,6 per cento appena nel minerale di rame – è necessario spostare molta più terra per ogni tonnellata di rame che per ogni tonnellata di ferro.
L’altra particolata di questa città è la seguente: Chuquicamata è l’ennesima città fantasma dell’Atacama. Ma a differenza delle baracche abbandonate nella miniera d’oro in Nevada o dei vecchi villaggi del salnitro sulle pianure di questo deserto, Chuqui è un monito rivolto non al passato ma al futuro. Non è stata abbandonata perché ha chiuso la miniera o perché sono finiti i minerali. Al contrario. È stata Chuquicamata è l’ennesima città fantasma dell’Atacama. Ma a differenza delle baracche abbandonate nella miniera d’oro in Nevada o dei vecchi villaggi del salnitro sulle pianure di questo deserto, Chuqui è un monito rivolto non al passato ma al futuro. Non è stata abbandonata perché ha chiuso la miniera o perché sono finiti i minerali. Al contrario.
È stata abbandonata perché la miniera stava per inghiottirla. Man mano che le macchine, scavando sempre più in profondità, spostavano sempre più terra, i cumuli di rocce, macerie e detriti che costituiscono il prodotto di scarto hanno invaso la città. Nei primi anni duemila, la roccia di scarto di Chuqui ha cominciato a riversarsi nei giardini delle case e le nuvole di gas tossico delle raffinerie, trasportate dal vento, hanno invaso le strade e le piazze. I residenti hanno iniziato ad ammalarsi ed è stato coniato un nuovo soprannome per la miniera: Chuqui qui mata, «Chuqui che uccide». Negli anni successivi la Codelco, la gigantesca azienda di Stato che gestisce la miniera, ha trasferito l’intera popolazione di ventimila anime a Calama, la città più vicina. Sono state assegnate loro nuove case e nuove scuole, e nel 2008 Chuqui era vuota, lasciata a marcire”.
Tratto dal Libro La materia del mondo. Una storia della civiltà in sei elementi, Ed Conway (Marsilio)







