A Parma, a Palazzo del Governatore, fino al 26 luglio 2026 è aperta la mostra dedicata al film Novecento di Bernardo Bertolucci, di cui ricorre il cinquantesimo compleanno (è curata da Gabriele Pedullà e della casa editrice Electa, con la partecipazione della Regione Emilia-Romagna e con il sostegno di Iren, Smeg e Barilla). Il film, presentato per la prima volta al 29° festival di Cannes nel maggio del 1976, racconta in due parti il Novecento, attraverso l’universo contadino (passioni, lotte, innovazioni, sofferenze). All’epoca se ne parlò tantissimo, e non sempre bene.
Il percorso espositivo si articola in quattro macro-sezioni che guidano il visitatore nella genesi di Novecento e nella sua eredità artistica tra materiali inediti, testimonianze d’epoca e opere pittoriche, ripercorrendo così un film che ha segnato profondamente la storia del cinema moderno e che rappresenta, ancora oggi, una chiave di lettura universale della storia sociale, politica e culturale del nostro Paese.
Di questo film, Bertolucci, nel documentario di Gianni Amelio intitolato Bertolucci e il cinema (una sorta making Novecento) disse: “Forse è un poco riduttivo ma anche affascinante pensare che i contadini sono dei poeti mentre i borghesi sono dei prosatori”.
Le scene più belle del film (alcune indimenticabili) e quelle più manichee (alcune insopportabili), nascono proprio da questa convinzione di Bernardo Bertolucci. Una convinzione che resiste al tempo che scorre, e ancora oggi la si usa quando si affrontano i complessi quanto sconosciuti (per i più) temi agricoli.
“I contadini sono dei poeti mentre i borghesi sono dei prosatori” è la convinzione che Bertolucci trasforma in poetica, una poetica che si appoggia anche sui versi del padre Attilio: “Emilia, ormai scurisce il tuo frumento e il papavero esce a fare il bullo e le viti mettono tenere ricci e la sera e la sera i biancospini illuminano le stradette, dove non passano che tante biciclette”. E che insomma, nelle intenzioni del regista, questa poetica, sfondo di tutte le attività dell’uomo, diventa tuttavia strumento per scandalizzare i prosatori borghesi.
Difatti, Bertolucci, ormai star cosmopolita dopo ultimo Tango a Parigi, in una sorta di megalomania (che anni dopo confesserà), si rese conto che poteva usufruire di 4 major non solo borghesi ma anche Hollywoodiane per finanziare il film Novecento e metterci così tante bandiere rosse da far rimanere stupefatti, scandalizzati o incantanti (poi il film piacque poco a Hollywood per le bandiere rosse e anche all’allora Pci: troppe bandiere rosse consegnate alla classe sbagliata).
Questa poetica era anche un debito da saldare con Pier Paolo Pasolini, il poeta, l’intellettuale, il corsaro e amico di famiglia che aveva cantato anche il grande lutto dell’Occidente, il genocidio culturale della millenaria ed ogni presente civiltà contadina, con i suoi dialetti, i suoi ritmi ancestrali (le 5 e passa ore del film Novecento sono scandite dalle 4 stagioni, i ritmi dei contadini), con i suoi strumenti di lavoro, la capacità anticonsumistica di riciclare e conservare e usare tutto (del maiale non si butta niente). Secondo Pasolini questa grande civiltà era stata, in quattro e quattr’otto, uccisa dalla televisione, dall’industria. “No – sosteneva Bertolucci- io volevo dimostrare a Pasolini che i contadini avevano conservato grazie alla loro indistruttibile purezza il Socialismo allo stato puro” (e dunque le lotte contro i padroni, il lavoro manuale, e una certa antipatia per le macchine, anche esse distruttrici di saperi e la musica folk: siccome noi siamo donne paura non abbiamo).
Non c’è niente da fare, data per scontata l’eccezionale capacità di muovere la macchina da presa di Bertolucci, unico fra i registi italiani in grado di creare con una sola carrellata già una storia (basta osservare, ammirati, la costruzione dello sciopero del giorno di San Martino), dato per scontato questa grazia, la bellezza di alcune scene, la commozione che ancora oggi suscitano, tuttavia non c’è niente da fare: tutto questo deriva da questa poetica paradossale, per la quale Bertolucci scavava nella sua memoria alla ricerca della purezza poetica contadina con l’obiettivo di far fuori i filtri borghesi da prosatore, quelli proustiani, che a suo dire l’hanno sempre limitato.
Questo il paradosso da cui nasce la sua poetica: Bertolucci è riuscito a mettere in scena Novecento in quanto borghese, certo critico verso quel mondo (tutti i suoi film lo sono) ma a contaminare il suo sguardo, a renderlo ideologico, c’è sempre e paradossalmente quella ricerca di purezza. “Purezza” qui è travasata nell’universo contadino, di cui abbiamo perduto la memoria. Anzi, più corretto dire che di questa memoria purtroppo filtriamo solo certe immagini alla Van Gogh, se va bene, (i colori della scena dei padroni che mietono il grano, al posto dei contadini scioperanti), altrimenti ci bastano i cappelli di paglia, e certe falci con cui ancora oggi descriviamo i contadini. Ci piacciono i volti color pane abbrustolito, ci piace che seguano i ritmi delle stagioni (mentre noi siamo abbrutiti dalla fabbrica) ci piace pensarli a contatto con la natura e ci piace, infine, pensare alla natura come profonda e misteriosa e autentica.
Questo è il grande pregio e il limite del film Novecento e anche di molte interpretazioni del Novecento, secolo breve per alcuni, meraviglioso per altri. Comunque, una ragione di più per vedere la mostra, capire Novecento, discutere sul film significa anche capire il XXI secolo.







