Guido Barbujani comincia il suo libro L’alba della Storia, raccontando una poca conosciuta tragedia russa, il caso Nikolaj Vavilov. Ovvero cosa succede quando l’ideologia vince sull’analisi dei dati e sul metodo scientifico necessario per accertarli. Cosa avviene quando la deriva di senso prende corpo.
Nato in una famiglia benestante, Vavilov studia orticultura all’Accademia Timiryazev di Mosca, e per scrivere la tesi va in Inghilterra, a Londra e a Cambridge. Lì entra in contatto con il pensiero evoluzionista, soprattutto tramite un suo docente, William Bateson. Bateson, oltre ad aver personalmente coniato il termine genetica per lo studio dei meccanismi dell’eredità biologica, è un darwiniano convinto.
Ai primi del Novecento, essere genetisti vuol dire essere al corrente degli esperimenti di Mendel sull’eredità nelle piante, ed essere darwiniani significa rispondere come Darwin a una domanda fondamentale: da dove viene la variabilità biologica? Ci sono innumerevoli varietà di animali e piante, che a seconda di quanto si somiglino raggruppiamo nella stessa specie, oppure in specie diverse, generi, ordini, classi, eccetera; ma perché sono cosi diversi?
Lamarck pensava che fosse l’ambiente a produrre le differenze. A seconda di dove vivono, animali e piante sono sottoposti a stimoli diversi, e alla lunga acquisiscono caratteristiche adatte a quell’ambiente, che poi tramandano ai loro discendenti. È la teoria dell’eredità dei caratteri acquisiti, col famoso esempio delle giraffe, che avrebbero sviluppato colli sempre più lunghi a furia di protenderli per raggiungere foglie sempre più in alto.
Sarebbe come dire che, se ci alleniamo a correre, avremo figli più veloci: non funziona. Un mio amico e collega inglese, Steve Jones, mi ha fatto notare che da 3000 anni nelle famiglie ebree si pratica la circoncisione, mai bambini continuano a nascere col prepuzio.
L’alternativa ce l’ha spiegata Charles Darwin: le differenze preesistono. A sua volta, Bateson lo spiega a Vavilov, aggiungendo qualcosa che Darwin non poteva sapere: preesistono perché sono prodotte da mutazioni casuali nei geni.
Rientrato in patria, Vavilov aderisce agli ideali della rivoluzione. E’ bravo, diventa presto famoso, al punto che nel 1921 Lenin si rivolge a lui per un compito colossale e urgente: far uscire il paese dalla carestia, dar da mangiare a decine di milioni di persone, dopo le catastrofi causate dalla guerra mondiale e dalla guerra civile. Vavilov fonda l’Istituto Pansovietico per la Coltivazione delle Piante che a metà degli anni ’30, sotto la sua dire-zione, raggiungerà i 20mila dipendenti; viene eletto alla presidenza dell’Istituto di Genetica dell’Accademia Sovietica delle Scienze, per le sue ricerche riceverà tre volte il premio Lenin.
Ma nel 1924 Lenin muore, e nel frattempo sono emerse due figure diversamente inquietanti: Josif Stalin e Trofim Lysenko. Stalin non ha bisogno di presentazioni; quanto a Lysenko, viene da una famiglia poverissima e ha imparato a leggere solo a 13 anni. Lavorando sodo ha ottenuto una borsa di studio e si è anche laureato, all’Istituto Agrario di Kiev, ma resta comunque un autodidatta, privo di cultura scientifica e di contatti con le punte avanzate della ricerca.
Ma è un gran lavoratore: gira per le campagne, parla con i contadini, incrocia le piante a modo suo e interpreta i risultati a modo suo. Diventa popolare, fa carriera, tanto che nel 1938 viene nominato alla presidenza dell’Accademia Sovietica di Scienze Agrarie. Concentra i suoi sforzi sulla cosiddetta vernalizzazione: una teoria secondo cui, esponendo i semi a condizioni invernali, freddo e umido, si otterrebbero varietà adatte a crescere nei climi rigidissimi della Russia del nord. Sono idee che si dimostreranno prive di fondamento, incompatibili con quelle di Mendel e Darwin, e quindi anche di Vavilov, che le critica duramente.
Ma Lysenko la butta in politica. Scavalca il dibattito accademico e si rivolge direttamente a Stalin. Gli si presenta come «scienziato a piedi scalzi», portatore di un pensiero radicato nel popolo, in conflitto con quello delle élite privilegiate a cui Vavilov invece appartiene per estrazione sociale. La stessa genetica mendeliana, sostiene Lysenko, è un frutto dell’i ideologia borghese, per la quale un cambiamento rivoluzionario è inconcepibile, sia nella società sia nella natura. L’Unione Sovietica dovrà invece sviluppare una genetica del tutto nuova: compito degli scienziati sarà stimolare le piante a modificarsi, insistendo finché certi caratteri acquisiti passeranno nel loro patrimonio ereditario e si potrà piantare il grano anche in Siberia. Musica per le orecchie di Stalin.
Come scienziato vale poco, Lysenko, però sa muoversi con astuzia. Riuscirà a imporre le proprie idee nella pianificazione quinquennale, col che l’agricoltura sovietica si avvierà verso la catastrofe.
C’è molto da imparare dall’affare Vavilov. Gli anni ’30 del Novecento, scrive Francesco Cassata nel suo libro sull’affare Lysenko in Italia, sono anni durissimi, in cui non solo si sta preparando una guerra mondiale, ma si pongono i presupposti per uno scontro fra est e ovest che durerà decenni. La retorica dei due campi contrapposti, noi contro loro, permea ogni aspetto della vita sociale; e per chi ha scelto il campo socialista la scienza proletaria e materialista deve dimostrarsi superiore a quella imperialista e idealista. «In un paese socialista il progresso della cultura non è staccato dal progresso comune di tutta la società; la scienza non compie le sue ricerche chiusa nei laboratori, dando alla società solo i prodotti immediatamente utilizzabili delle sue ricerche […]. Bisogna che lo scienziato non si proponga “la a scienza per la scienza”, ma che i suoi obiettivi coincidano con gli obiettivi generali della società», Cosi, qualche anno dopo, scriverà Italo Calvino, intervenendo a favore di Lysenko.
Anche se nel 1942 la Royal Society di Londra nominò Vavilov membro corrispondente: un riconoscimento prestigioso la situazione di, Vavilov non cambiò, anzi probabilmente di quella nomina non ebbe nemmeno notizia. Al termine di una pesante campagna di diffamazione, accusato di spionaggio per la sua corrispondenza con scienziati stranieri, nel 1941 era stato arrestato e condannato a morte, pena poi commutata in vent’anni di galera. È stato riabilitato nel 1955, ma ormai era troppo tardi. Detenuto in condizioni durissime nel carcere di Saratov, Vavilov, una delle migliori menti della sua generazione, era morto, proba-abilmente di fame, nel 1943.
Testo tratto da: L’Alba della storia. Una rivoluzione iniziata diecimila anni fa, Guido Barbujani (Laterza)
Ringraziamo la casa editrice e l’autore per l’estratto







