I proverbi, come si sa, sono espressione della saggezza popolare e derivano dall’esperienza e dalle tradizioni popolari che per secoli sono state appannaggio del mondo contadino. Oggi giorno molti proverbi sono stati dimenticati e di quelli che ancora si ricordano se n’è perso l’ancoraggio con la realtà che li ha tramandati. Non conoscendo più il vissuto che li ha originati, anche quelli che si citano ancora mancano del sottofondo che permette di capirne il profondo significato che è poi intimamente legato al clima sociale di allora, all’ambiente climatico e alle ristrettezze alimentari che li hanno originati.
L’inverno si presta particolarmente per richiamare questi contesti e dare un significato più completo ai detti, alle massime ed ai motti con i quali si sintetizzava l’esperienza atavica. Qui di seguito vogliamo analizzarne alcuni relativi all’inverno che per tanto tempo è rimasta la stagione del buio, dell’inclemenza climatica, delle riserve alimentari via via scarseggianti e dell’impazienza nell’auspicare stagioni più favorevoli.
Partiamo subito dal citare un proverbio che esprime bene l’auspicio della fine del buio e per comprenderlo occorre ricordare che anche in tempi non tanto lontani era la fiamma di un fuoco che emetteva quel po’ di luce nelle tante ore di buio dei giorni dell’anno calanti o solo inizialmente crescenti. Ci si riferisce al noto proverbio, spesso espresso con parole dialettali e quindi diverso da contrada a contrada, ma che aveva come sottinteso l’attesa ansiosa di maggiore tempo di illuminazione durante il giorno.
Si parte dal giorno di Santa Lucia definendolo il più corto dell’anno (“Per Santa Lucia il giorno più corto che ci sia”) e si arriva al giorno di Sant’Antonio Abate o qualche altro santo subito successivo, aggiungendo che il giorno ha acquistato ormai un’ora in più di luce. Un altro proverbio definisce “Gennaio lungo e duro, ma cresce il giorno e cala il buio”. Il proverbio è talmente entrato nella tradizione cristiana che la santa martire Lucia è individuata come portatrice di luce e non per nulla questa santa è più venerata a nord dell’Europa che a sud, appunto perché più si sale a Nord e più le ore di buio aumentano. Tra l’altro si tratta di un proverbio antichissimo, sicuramente antecedente all’anno 1582. Perché proprio quest’anno preciso? Per il semplice fatto che è la data d’inizio della validità del calendario gregoriano (da papa Gregorio XIII) e la fine del calendario giuliano (da Giulio Cesare).
Quest’ultimo nell’aggiornare il calendario che ne ha preso il nome commise un’approssimazione per eccesso di 11 minuti ogni anno e ciò ha provocato il graduale spostamento all’indietro degli equinozi e dei solstizi (1 giorno ogni 128 anni). In questo modo dopo circa 1500 anni il solstizio d’inverno (giorno della minore insolazione) cadeva 10 giorni prima della data vera cioè più o meno a Santa Lucia. È infatti per questo che non sono mai esistiti i giorni che andavano dal 4 /10 al 15/10 dell’anno 1582, sono stati letteralmente cancellati per far avanzare il calendario. Veramente il Papa voleva sistemare non tanto solstizio quanto l’equinozio di primavera perché vi era collegata la Pasqua.
Nel periodo di Natale ci si cominciava a preoccupare del freddo e dei giorni con gelo che si sarebbero succeduti, anche se ironicamente li si esorcizzava dicendo che “prima di Natale freddo non fa, braghe d’estate, dopo Natale il freddo è passato, ancora braghe d’estate”. Nello stesso tempo si trovava consolazione nel collegare il freddo con un buon raccolto futuro (quasi monopolizzato dal solo frumento perché il pane era l’alimento base); si recitava infatti che “Il gran freddo di gennaio riempie casa e granaio” oppure “In gennaio sotto la neve pane, sotto l’acqua fame”, ma per contro chi aveva la stalla e si preoccupava di come alimentare gli animali durante l’anno declamava “Asciutto di gennaio, se hai tre vacche vendine un paio”. Nelle campagne, consci dell’aleatorietà dei raccolti in funzione del clima, ad inizio d’anno si era già in ansia per l’andamento meteorologico dei 12 mesi successivi e, infatti, si credeva che si potesse stabilirne l’andamento associando in senso crescente e conformemente alla fase lunare il meteo dei primi 12 giorni di gennaio ad ogni mese dell’anno e successivamente in senso decrescente, ma questa volta in luna calante, i secondi 12 giorni del detto mese. Se vi era concordanza di meteo tra due giorni delle rispettive due dozzine, quel determinato mese avrebbe avuto quel meteo, mentre in caso di discordanza si prefigurava che il clima sarebbe stato variabile. Vi è da dire che tale pratica è molto antica (ne è attestata l’esecuzione nel mondo bizantino nel X sec.), inoltre si è talmente diffusa in tutta Italia che si annoverano moltissime varianti ed anche denominazioni diverse come “ sistema dei Crescenti e dei Calanti” o “Calende e Scalendre”
Non mancavano neppure i proverbi positivi per cui si diceva “In gennaio si riempie d’uova il pollaio”. Perché di questo proverbio? Nelle corti contadine non poteva mancare il pollaio con le galline in quanto produttrici di uova, solo che, contrariamente alla credenza attuale che un tempo si mangiasse sempre genuino e fresco di giornata, le galline dal mese ottobre smettevano di deporre uova in conseguenza della muta del piumaggio e riprendevano a gennaio, ecco che allora le uova del mese di settembre facevano da scorta per i mesi successivi e si conservavano con vari sistemi, appunto per averle disponibili successivamente, solo che certamente non si poteva parlare di uova fresche di giornata quando le si usavano, mentre oggi le uova che mangiamo hanno una datazione di solo qualche giorno. Si ricorda che le galline ruspanti di una volta deponevano massimo 150-180 uova all’anno, mentre oggi le ovaiole in batteria superano le 300.
Infine i proverbi del mese di febbraio, ma anche alcuni di fine gennaio, erano tutti improntati alla speranza che ormai l’inverno fosse finito. Si comincia con la Candelora (2 febbraio) recitando “Per la Candelora anche se tempesta o gragnola dell’inverno semo fora” e si ripete il giorno successivo con “Per San Biagio il Mitrato il freddo è andato”. Ci si ripete poi per Santa Apollonia (9 febbraio) “Sant’Apollonia è l’ultimo mercante di neve”. A San Valentino poi si parla già di primavera “Per San Valentino la primavera è vicino”. Da cosa era dettato questo modo di porsi? Semplicemente dal fatto che ormai in legnaia la legna per riscaldarsi cominciava a scarseggiare e nella dispensa i beni alimentari in parte erano finiti. Tuttavia devo dire che nella mia vita ho assistito a due inverni particolarmente freddi, il 1956 ed il 1985, e le più basse temperature si sono riscontrate proprio verso metà febbraio (-15° C). Infatti vi anche il proverbio che recita “febbraio, febbraietto mese corto e maledetto”.
Ringraziamo Alberto Guidorzi per il contributo







