Nonostante la crescita dell’interesse per l’alimentazione sana, l’origine dei prodotti e il commercio equosolidale, la maggior parte di noi ha tuttora solo un’idea frammentaria delle storie che si nascondono dietro gli alimenti che teniamo nel frigorifero e in dispensa. Dovremmo vergognarci di questa ignoranza.
Prendete una ciotola di corn flakes, il tipo di pasto a cui di solito non si presta grande attenzione. Lo comprate per abitudine, lo consumate frettolosamente e lo dimenticate quasi subito. Ma domandatevi per un attimo come quei fiocchi di cereali siano finiti nella scodella.
Potreste immaginare che tutto abbia avuto inizio da un contadino, ma non c’è modo di ricondurre la vostra colazione a un’unica fattoria. Il mais, per esempio, sarà stato acquistato da un intermediario, nei cui container ci sono cereali provenienti da molte aziende agricole diverse, tutti mescolati tra loro. È probabile che la maggior parte di questo granoturco derivi da semi brevettati, comprati da una delle poche grandi società che dominano il mercato globale. Quei semi saranno stati coltivati con tecniche moderne, forse addirittura con la modificazione genetica. Ciascun agricoltore avrà fatto ricorso a diversi macchinari e quasi sicuramente a fertilizzanti sintetici, erbicidi e insetticidi.
È inverosimile che l’irrigazione sia stata garantita soltanto dall’acqua piovana. I computer avranno aiutato a pianificare i raccolti, che avranno richiesto lo stoccaggio e poi il trasporto. Di solito i corn flakes sono arricchiti di vitamine e minerali, tutti forniti da produttori specializzati. Altri cereali più zuccherati possono contenere ingredienti altamente trasformati come lo sciroppo di mais a elevato contenuto di fruttosio o lo sciroppo di zucchero invertito.
Una volta prodotti, i fiocchi vengono imballati, spediti in grandi centri di distribuzione e consegnati ai negozi al momento giusto, affinché questi non abbiano scorte eccessive o troppo modeste.
Poi c’è il latte. Le mucche vengono allevate per lo più al chiuso, dove ogni aspetto del loro ambiente è attentamente controllato. Il foraggio può provenire dall’altra parte del mondo, magari coltivato su terreni sottratti alle foreste pluviali. Il latte va sottoposto a trattamento termico, confezionato, spedito e, se è fresco, conservato a basse temperature. Tutto questo si traduce in qualcosa di più del semplice cibo che mangiate. Gli imballaggi devono essere smaltiti, possibilmente riciclati, ma troppo spesso ciò non accade. Il letame e l’urina delle mucche degli allevamenti intensivi vanno trattati ed eliminati e quando, come spesso succede, questa operazione non è eseguita correttamente, si rischia di inquinare le riserve idriche locali.
Se i coltivatori di mais non fanno un uso accorto dei fertilizzanti, anche questi ultimi possono defluire e contaminare i terreni e le acque circostanti.
Se la fattoria adotta l’approccio della monocoltura, con nient’altro che granoturco a perdita d’occhio, e fa largo uso di pesticidi, la fauna locale ne risente. E, naturalmente, ci sono le emissioni di gas serra, dovute sia all’energia necessaria in ogni fase della produzione, sia al metano rilasciato dagli animali e dai loro escrementi.
I corn flakes sono relativamente semplici per gli standard dei moderni cereali da colazione. A parte l’aggiunta di vitamine e minerali, la marca più famosa contiene solo quattro ingredienti: mais, estratto di malto d’orzo, zucchero e sale. Eppure, se pensate a tutte le operazioni necessarie perché possiate mangiarli, scoprirete una storia intricata e complessa. Figuratevi dunque cosa comporta tutta la vostra spesa settimanale. Immaginate una mappa del mondo, con luoghi e percorsi che si illuminano quando e dove si svolge una parte del Vedreste una specie di ragnatela di nodi e filamenti tremolanti.
Il dibattito sui sistemi alimentari contemporanei è polarizzato e controverso, ma c’è una cosa su cui quasi tutti sono d’accordo: sono guasti e necessitano di riparazioni urgenti. Se però chiedete come e perché siano sbagliati, la discordia torna a regnare. Al centro del problema c’è un paradosso: se la sfida perenne dell’umanità è stata fornire cibo sufficiente per sfamare adeguatamente il mondo, molte delle difficoltà attuali sono conseguenza della sovrapproduzione. Il timore è che riusciamo a produrre grandi eccedenze solo esaurendo le risorse naturali molto più rapidamente di quanto siamo in grado di reintegrarle.
Non mancano le persone che offrono soluzioni. Sfortunatamente la maggior parte delle proposte è troppo semplicistica: usare la tecnologia per risolvere ogni problema, tornare alle pratiche tradizionali, passare al biologico, lasciare che sia il mercato a decidere. Tutti questi suggerimenti non tengono conto dell’incredibile complessità del mondo alimentare, che si può comprendere appieno solo con competenze di agronomia, ecologia, biologia, geografia, sociologia, antropologia, psicologia, politica, storia, economia, meteorologia, chimica, nutrizione, commercio, gastronomia eccetera.
È indispensabile una filosofia globale del cibo, perché qualcosa di più sottile ci lascerebbe senza una bussola capace di guidarci mentre cerchiamo di risanare questo mondo alimentare in crisi. Allo stesso tempo, qualcosa di più spesso non raccoglierebbe consensi sufficienti a spingere gli attori principali a lavorare insieme. Per esempio, anche se si pensa che il mondo alimentare debba essere governato da principi biologici, sarebbe ingenuo immaginare che ciò possa accadere nell’immediato futuro. I sostenitori delle ideologie alimentari devono accettare che le loro soluzioni non possono essere nemiche del bene comune e che per guarire il mondo alimentare dovranno trovare un punto d’incontro con persone con cui talvolta sono in profondo disaccordo.
Benché l’obiettivo di formulare una filosofia globale del cibo possa sembrare ambizioso, se non addirittura arrogante, in realtà è tutto il contrario. Quando osservate da vicino il mondo alimentare globale e storico, i principi chiave emergono spontaneamente. Si trovano già nei sistemi alimentari che funzionano, messi in pratica dalle persone per cui sono efficaci. La filosofia del cibo non va inventata né scoperta, ma soltanto riconosciuta nelle buone pratiche presenti in tutto il mondo. E, cosa irrinunciabile, deve trovare il favore dei destinatari. Come sostiene Lang, il dibattito sul modo in cui ci nutriamo è «una battaglia per i cuori, le menti e le bocche». Per vincerla ci serve una filosofia globale del cibo che sia condivisibile da tutti.
Tratto dalla introduzione di Pensa come mangi Una filosofia globale del cibo (titolo originale How the World Eats: A Global Food Philosophy), pubblicato da Touring Club Italiano (che ringraziamo) dove l’autore, il filosofo Julian Baggini, analizza i molti modi in cui gli esseri umani hanno ricavato e ricavano il nutrimento dalla terra, dai cacciatori raccoglitori ai pastori nomadi e agli agricoltori di sussistenza, fino all’agricoltura industriale intensiva: una grade ragnatela che Baggini cerca di disegnare per aumentare la consapevolezza sul sistema cibo, produzione, alimentazione.







