Il taccuino era ingiallito, le parole intatte, la scrittura sbrigativa ma leggibile. Trito di cipolla, sedano e carote, una foglia di alloro, poi ancora cipolla, quella ramata di Avellino, questa volta a chili. Sulla carne libera interpretazione, Colarda? Lacerto? Inutile questionare quando c’è Franco, il macellaio del quartiere «con questa non vi potete sbagliare» mi aveva assicurato. Ero pronto ad evocare la storia della famiglia, ad evocare il mostro sacro della tradizione culinaria di casa. Fino ad allora non avevo osato, per una forma di rispetto, per paura di fallire o forse per il timore di ricordare. Tanta pazienza, tante lacrime per sbucciare quella catasta di cipolle, rigorosamente a mano. Il fuoco basso, dolce «si deve sciogliere, s’adda fa’ ‘na crema» mi ripeteva mia nonna con la sua voce burrosa ma decisa, proprio come la sua genovese. Ore di attesa, a raccontarci storie mentre la casa veniva invasa da un odore dolce e pungente, un odore che smuoveva l’anima. Gli ziti spezzati a mano, che sembrava potessero lacerare la pelle, come i ricordi. Il momento della verità, una forchettata attentamente studiata a rappresentare quel microcosmo appena creato, ziti affondati nella crema di cipolle, carne ormai sfaldata. Occhi chiusi, bocca aperta, l’attesa aveva avuto un senso. Una granata di emozioni a contatto con il palato: era proprio come la faceva nonna, mancava un solo ingrediente, mancava solo lei a quel tavolo. Tanta pazienza, tante lacrime. Questa volta non per le cipolle.








