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Home Come Funziona

Boncinelli raccontato a parole sue.

da Redazione
05/08/2025
in Come Funziona
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Corpo e malattie

“Sono nato per caso a Rodi. I miei genitori, maestri elementari, scelsero di insegnare sull’isola, colonia italiana, perché gli stipendi erano buoni. Per tre anni fu una pacchia. Arrivò la guerra e rientrammo precipitosamente a Firenze”. La mia infanzia fu funestata dalle malattie e da un corpo nel quale mi sono sempre sentito prigioniero: Mi sembrava di non poter uscire dai miei limiti fisici. Un occhio che fin dalla nascita ha visto poco, una gamba difettosa e un modo impacciato di pormi davanti al mondo. Sono stato un bambino dotato intellettualmente e profondamente infelice” (ad Antonio Gnoli)

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Il corpo è pesante e molto affaticato per almeno tre afflizioni: un Parkinson in stadio avanzato, un cuore perennemente sotto sforzo e bisognoso dell’applicazione di un pacemaker, come ho effettivamente fatto più o meno un anno fa, e in più un’insufficienza respiratoria dovuta, forse, a una sorta di bronchite cronica. Ciascuna di queste tre cose non appare da sola particolarmente pericolosa – magra consolazione, per la verità – ma il loro complesso è tale da fiaccarmi e di tanto in tanto paralizzarmi.

Sono un colosso di Rodi: Una di queste afflizioni, nel 2016 mi bloccò completamente e ora mi costringe a muovermi e a camminare con grande sforzo e somma circospezione. Come un novello Colosso di Rodi, la bellissima isola greca dove sono nato nel maggio del 1941. Questa mastodontica statua aveva, si dice, il corpo di bronzo ma i piedi d’argilla. Non si reggeva quindi molto bene in piedi. Un anno fa mi immobilizzai del tutto e mi “rappresi” in una massa corporea compatta. Mi pareva di essere diventato di pietra come La Cosa, uno dei Fantastici 4 della serie dei Supereroi. Ma, quasi subito, mi sbloccai per un sortilegio fatto da un giovane fisioterapista: imparai di nuovo ad alzarmi in piedi e tentare qualche passo, per poi ritornare a sedermi in maniera non rovinosa. A poco a poco mi rimisi in movimento con esiti alterni, ma con la forza spesso sufficiente per andare a farmi curare. Cosa che feci, anche qui, con alterne fortune.

Assumo tantissime medicine. Tantissime, e tutte in lite perenne con il mio stomaco. I farmaci mi stordiscono. Dormo spesso. Mi sveglio la notte, mi alzo e scrivo al computer. Scrivo per lo più aforismi. Mi piace la forma breve di scrittura.  Prima leggevo, ora neanche più quello. Mi dà fastidio. Dopo la terza riga sento montare la nausea. Gli amici dicono: ma come fai a scrivere? Non lo so. Lo faccio e basta

La paura di scivolare verso l’Alzheimer: Più di una volta mi sono chiesto se stavo a poco a poco scivolando verso una sorta di malattia di Alzheimer, la più spaventosa delle demenze senili. Chi ne soffre “perde” letteralmente il cervello, poiché intere regioni del cervello stesso muoiono, una dopo l’altra. Il cervello serve, e perderne un pezzo dopo l’altro ci svuota e ci sfigura. Amnesie, mancanza di concentrazione, e progressiva perdita della facoltà di riconoscere le persone, anche le più familiari, più un numero variabile di disabilità corporee caratterizzano questo morbo orrendo. Quello che mi rassicurava era la consapevolezza della non continuità dei sintomi delle due malattie, Parkinson e Alzheimer. Un paio di volte ho fatto anche un test per questo male, ma risultò negativo.

Visioni surreali: i miei fuochi d’artificio: Avevo però anche delle visioni o, per meglio dire, vivevo spesso delle esperienze visive molto particolari, surreali e inaudite. Non facili da ricostruire anche per sommi capi. Spesso introdotte da personalissimi fuochi d’artificio. Un lampo di luce attraversa la scena e subito dopo i contorni delle cose appaiono “sbavati” e si moltiplicano in una fuga di immagini speculari. Un tema ricorrente delle mie visioni è che io procedo a pancia in giù come levitando e senza toccare il terreno. L’impressione è quella di un sub in acque basse, un vagare senza posa alla ricerca di non so cosa. Se c’è un cosa. È inutile dire che in questa fase avevo interrotto la mia abitudine di scrivere quotidianamente al computer almeno qualche rigo, una sventura che si è aggiunta all’estrema difficoltà di leggere, che datava ormai da diversi mesi. Ero sprofondato in quel guazzabuglio del cuore che siamo soliti designare con almeno tre termini: corpo, mente e psiche.

Amori

“Per lungo tempo non mi sono piaciuto. Mi guardavo allo specchio e mi consideravo orribile. E poi gli amori. La lunga penosa vicenda degli amori mancati. Per anni ho sentito i morsi della passione non ricambiata”. 

“Ho passato la vita a cercare di capire il senso di questa avversità, ma non ho una risposta seria da riferirle. Nei miei primi trent’anni sono stato preso solo a calci dalle donne. Poi ho conosciuto mia moglie, Angela, una donna straordinaria, ma non ho dimenticato. Ancora adesso faccio sogni in cui vengo rifiutato da una figura femminile”» (Gnoli). 

Studi e libri

“I primi libri, li trovai in un armadio di mio nonno. Grandi classici e molta filosofia: Platone, Aristotele, Kant. A scuola, a dieci anni, in un tema scrissi ‘Cogito ergo sum’. La maestra mi disse: ‘Se fai queste letture ti ammali’. Ho cominciato a dare ripetizioni agli altri quando avevo undici anni”. Non ero un secchione, anzi, al liceo non studiavo molto. Ero un padreterno grazie alle letture casalinghe: all’ultimo anno, col permesso della professoressa, spiegai io alla classe il programma di fisica. Ma per finire l’università ci ho messo sette anni”. 

“Ero indeciso tra Fisica e Filosofia. Fisici e filosofi finiscono per farsi le stesse domande. Scelsi Fisica.  Fino ai miei trent’anni disprezzavo la biologia. Poi Lessi due libri: Il codice genetico di Isaac Asimov e Biologia molecolare del gene di J.D. Watson. E mi resi conto che anche nella biologia c’era tanto da fare. Trovai un foglio nella bacheca del Cnr a Firenze che pubblicizzava una borsa di studio per Napoli. La vinsi. Sarei dovuto restare a Napoli sei mesi… Ci ho vissuto 23 anni”» (Vittorio Zincone). 

 “Per più di vent’anni ho lavorato nel Laboratorio internazionale di genetica e biofisica che era stato fondato da Adriano Buzzati Traverso, fratello di Dino Buzzati. Lì giravano molte voci su di me e sul fatto che fossi considerato un talento o una promessa. Ero lo stravagante che poteva impreziosire la ricerca. All’inizio fu complicato perché quasi subito caddi in una depressione gravissima e pensai che la mia carriera scientifica fosse irrimediabilmente compromessa. Venni ricoverato in una clinica fiorentina e mi fu prescritta una lunga cura del sonno. Farmaci e psicoterapia hanno fatto il resto. Tornai a Napoli come nuovo per occuparmi della drosofila: un organismo minuscolo che è facile riprodurre”. 

Più avanti con gli anni, quando per tante ragioni il lavoro in laboratorio stava diminuendo, mi sono appassionato a quella che – secondo me – è la scienza più bella: la neurobiologia. E quindi mi sono formato in fretta e furia, come mio solito, una preparazione in merito: da qualcuno, devo dire, sono considerato una specie di punto di riferimento anche in questo campo» (ad Alessia Cosseddu).

Scoperte

 “Mosche, moscerini, in pratica insetti, su cui ho lavorato per 13 anni”» (Gnoli). 

«Al Cnr di Napoli, nel 1985, feci la sua più importante scoperta: i geni omeotici. Andando a un convegno in Colorado, a causa di un tornado, trascorsi sette ore con degli scienziati americani che mi parlarono di questi geni trovati nella mosca drosofila. Tornato a Napoli mi venne in mente di verificare se questi geni erano presenti anche nei topi e nell’uomo. C’erano. In pratica scoprii che quei geni erano l’architettura del corpo di tutti gli animali superiori. Una scoperta importante avvenuta grazie a una profonda riflessione, molto lavoro e… un gran colpo di culo”» (Zincone). «

“La prima volta che a un convegno internazionale annunciai questa scoperta fui preso per uno scienziato troppo entusiasta per essere creduto”.  “Più o meno ho mostrato le affinità tra l’insetto e l’uomo. Ricordo che usai l’immagine che Dante impiega nel decimo canto del Purgatorio quando dice che ‘noi siam vermi/ nati a formar l’angelica farfalla’”» (Gnoli). 

Poesia, letteratura e filosofia

 “Io sono ‘bramoso’, come dice mia moglie, ed esagerato: non mi sono mai negato nulla. Pensi che quando frequentavo l’università ho anche dipinto su ceramica e diretto un film come regista. I classici mi sono sempre piaciuti, soprattutto i greci. È una passione che coltivavo nei ritagli di tempo: poi, arrivato a cinquant’anni, chissà perché, mi sono deciso a tradurre tutti i lirici greci classici. Ci ho impiegato cinque anni, li ho tenuti nel cassetto per qualche anno ancora e poi li ho pubblicati. È un’attività che mi ha dato un enorme piacere, per quanto sembri che non abbia nulla a che fare con le altre mie attività”» (Cosseddu). 

L’ingegno utilizzato a fin di bene

Accanto alle inutili crudeltà della guerra e all’accanimento che l’accompagna, esiste nel mondo qualcosa di altrettanto ingegnoso ma utilizzato a fin di bene, qualunque cosa questo voglia dire. Evidentemente dentro di noi esiste una spinta verso il bene non inferiore a quella che ci porta all’inimicizia e all’aggressività. Una considerazione consolante, non c’è dubbio. Quindi, la natura umana si può vedere come costruttiva o come distruttiva. Dal momento che è entrambe le cose. Nonostante la sua stranezza, la mia osservazione punta nella direzione di dare più peso di quello che si dà normalmente all’aspetto buono, cioè di soccorso e di accudimento, dell’attività umana. Non voglio dire che questo bilanci totalmente il male che noi commettiamo ogni giorno, ma certo pone tutta la questione in una prospettiva un po’ diversa. Non so se in altre circostanze avrei fatto la stessa osservazione, ma è un fatto che le cose si possono vedere anche così. Questo fu solo l’inizio di una serie di riflessioni che mi ha portato a riconsiderare a fondo la natura degli esseri umani. In primo luogo ho toccato con mano il posto della dipendenza nella nostra vita. (su Sette, 2019)

Tutti aspiriamo all’autonomia, in particolare coloro che non stanno granché bene, ma nei nostri rapporti umani non si possono ignorare le diverse relazioni di dipendenza. C’è una grande, sottile saggezza nel considerare la dipendenza, ogni forma di dipendenza, come parte integrante della vita e come componente non secondaria del suo sapore. Sapore dolce e amaro, come sappiamo bene. La dipendenza è una subordinazione e allo stesso tempo una rassicurazione, una disponibilità e una richiesta, una complicità e una confidente intraprendenza. Un’inclinazione a proteggere ma anche a essere protetti. La convinzione che quasi tutto debba andare liscio perché qualcuno pensa a noi. Un tema conduttore nella ricerca della pace e della serenità. Un assoggettamento che è anche una forma di estrema libertà. «Tutti abbiamo una forma di dipendenza, magari da un cane», sembra che abbia detto una volta Freud. (su Sette, 2019)

Anima

«Secondo me, non si può e non si deve parlare dell’anima, se non in senso metaforico. Io stesso utilizzo la parola “anima” nel senso di psiche o di animo. Non si può parlare di anima nel senso metafisico del termine, come qualcosa di aggiuntivo alla materia che ci sta in testa, o dentro il corpo, perché la scienza non ha mai incontrato qualcosa di simile» (Maurilio Orbecchi, Stampa 1/12/2010).

Ricerca

Per un rilancio della ricerca in Italia bisogna che si apra finalmente ai giovani. Una scelta di questo genere è necessaria dal punto di vista etico prima ancora che politico. Pensi che spesso per i giovani nei centri di ricerca non c’è neppure lo spazio fisico per accoglierli. Siamo al punto che si deve ripartire dall’edilizia» (a Piero Bianucci, “La Stampa” 23/4/2002).

OGM

A proposito dei cibi geneticamente modificati dichiara: la verità è che l’uomo lo ha sempre fatto: sono dodicimila anni che manipola i cibi. Solo che prima lo faceva male, empiricamente, a casaccio. E ora lo fa bene…» (Gian Guido Vecchi) [Cds 16/7/2000].

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