Ho cominciato a chiederle le ricette quando l’aria sapeva di arnica e morte. Doveva continuare a vivere: i suoi piatti sulla mia tavola. Negli anni sono diventata vegetariana, ma se lei faceva le polpette non potevo non mangiarne una… due, tre. Mia suocera non chiacchierava, non faceva domande, il telefono squillava solo due volte quando provava a chiamarci: non voleva disturbare. Il giovedì si pranzava da lei; il mercoledì, se il figlio non rispondeva, cercava me: «Cosa vi preparo?». In quel periodo mangiavamo molte verdure e poco altro, la mandavamo in crisi. No pasta, no riso, no carne, no pesce; c’era chi era a dieta, chi era intollerante; i bambini. Per ogni persona un menù diverso. L’antipasto, il primo, il secondo, il contorno, spesso il dolce, a ogni portata si cambiava piatto, a volte anche le posate. La mattina si svegliava presto: faceva la spesa, le prime scelte, e cucinava per noi. La sera, a casa da sola, mangiava un po’ di frutta, su un tavolino rotondo, davanti alla televisione. Nella mia casa d’infanzia l’addetto ai fornelli era mio padre, mangiavamo un piatto unico, quando avevamo più portate non cambiavamo i fondi con i piani, figurarsi le posate. Intorno alla tavola c’era caos – non avevamo il televisore, mia madre si sedeva e spegnevamo la radio: tutti parlavano contemporaneamente, si ascoltava metà della frase, si urlava, si rideva, ci si alzava e si sbattevano le porte. Se mio padre non c’era, cucinava mia madre; se i miei genitori erano a lavoro e mia sorella all’università, già alle medie, al ritorno da scuola, preparavo io. In settimana mangiavamo per sopravvivere; la domenica, invece, oltre i desideri, tocciavamo sugo e amore. Mia suocera non era abituata a raccontarsi, ma io incalzavo, le facevo domande sui suoi amori: «Parlami di te. Di quello che facevi. Era questa la vita che volevi?». Le sue risposte avevano poche parole, nelle pietanze, però, trovavo quello che non mi diceva: molto olio e infinito amore, anche in un giovedì qualunque.








