Antonio Saltini nel volume Storia dell’agricoltura italiana – L’età contemporanea (la grande opera collettiva in più volumi promossa dall’Accademia dei Georgofili) sottolinea come in Italia, nell’Ottocento, tranne un novero di illuminati, non ci siano molte e diffuse personalità di spicco della scienza agronomica italiana. Eppure, in Europa, l’agronomia settecentesca ed ottocentesca è ricca di scoperte e importanti. La differenza era probabilmente nella curiosità, nell’empirismo critico e nella richiesta di informazioni approfondite. Saltini scrive della figura che incarna l’agronomia europea nel crepuscolo del Settecento, l’inglese Arthur Young. Lo scrittore e saggista inglese (1741/1820) trascorre la vita in carrozza a visitare le regioni del proprio paese per misurare quanto ciascuna contribuisca alla prosperità nazionale, quanto ciascuna potrebbe offrire se vi si diffondessero pratiche più razionali. Gira tutta Europa, l’Irlanda, alla cui ricchezza agraria l’Inghilterra è interessata per alimentare, ai prezzi più contenuti, i propri mercati urbani. E Young va in Francia per misurare le risorse agrarie che potranno essere impegnate nel duello con l’Inghilterra.
Young arriva anche in Italia, dove scopre che viaggiare per registrare produzioni agrarie e valutare risorse economiche è impegno sconosciuto: resta sconcertato dell’assenza di strade. I dotti italiani stanno dietro a una scrivania, ignorano la geografia economica della Penisola, nessun cultore di agronomia si propone gli obiettivi di Young.
La conseguenza più rilevante è quella visione irreale del Mezzogiorno che un ruolo tanto significativo svolge nel processo di unificazione. Il mito dell’italico giardino delle Esperidi ha radici antiche nella cultura italiana: da Virgilio a Leandro Alberti decine di letterati hanno prestato il proprio contributo a cantare messi, viti e olivi della Saturnia Tellus, la ricchezza della campagna lombarda, terra del latte e del formaggio, di quella bolognese, doviziosa di canape e di vini, lo splendore dei colli toscani, e appunto, dell’opulenza degli agrumeti salernitani e palermitani.
Ma mentre a Londra si conoscono con esattezza le ricchezze della Sicilia, della Sicilia si conosce anche la incommensurabile miseria, si misura la povertà della Calabria, l’appariscente, futile opulenza di Napoli, a Torino si crede che tutta la Sicilia sia la Conca d’oro, di cui l’ambasciatore piemontese, forse buon militare, ignaro di agricoltura e di miniere, ha ammirato i giardini recandosi alla villa di un principe palermitano, incantato dai modi cortesi e dalla dovizia della tavola, sedotto dall’eleganza, si sia convinto che l’opulenza della nobiltà palermitana nasca da prodigi di intraprendenza agraria e mineraria.
Questo immaginario ha fatto sì che quando Garibaldi consegnò il Mezzogiorno al re del Piemonte, a Torino fosse diffuso il convincimento di avere annesso un Eldorado di agrumeti perennemente in fiore, per poi scoprire che il Mezzogiorno è un luogo desolato a causa del latifondo, solcato da piste fangose che non pretendono neppure l’apparenza di strade, il Mezzogiorno in cui i contadini non osano vivere sulla terra, ma si addensano in agglomerati di tuguri separati da strade costituite da fogne a cielo aperto, un antro privo di finestre per un uomo, una donna, i figli, il mulo e il maiale, in una promiscuità abietta che innesca, periodicamente, le grandi epidemie di tifo e di colera.
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