Oggi a proposito di innovazione parliamo di economia dei dati. Lo facciamo in relazione a un settore particolarmente complesso da governare, qual è la mobilità. In città, tra città e periferie, lungo le regioni e il paese tutto, con autovetture private, sistemi di trasporto urbano, extra urbano, nazionale, per raggiungere stazioni, porti, aeroporti, luoghi di lavoro, di svago, la propria abitazione, il cinema. Efficientare questo traffico, nel senso di ridurre gli sprechi di mezzi (alcuni pieni, che passano poco, altri vuoti che passano spesso) i ritardi, gli ingorghi, le ore spese ogni giorno, ogni anno, dalle persone dentro questi mezzi, è cosa complessa. Ma poi tutto questo va anche collegato con i dati sulla sicurezza, gli incidenti, lo stato di salute delle infrastrutture. Bisogna raccogliere questi Big data non tanto per, ma per farne un uso prezioso. Come?
Qualche giorno fa a Roma si è tenuto il Data Mobility Summit, appuntamento annuale promosso da GO-Mobility, che riunisce diversi attori privati e decisori pubblici del settore e si è parlato proprio di questo, di dati, di complessità, di sfide, di tempi.
Ma prima ci sono alcune riflessioni che forse è utile ripercorrere, perché insomma, ogni tanto viene anche da pensare: ma non è che hanno ragione quelli che dicono che si stava meglio prima?
Per farla semplice, direi così: il progresso creato dall’essere umano fino a un certo momento della storia ha portato alla creazione di molti e importanti vantaggi nella nostra vita, ma poi, nel tempo, ci ha fatto assaggiare anche “i costi”, ovvero le conseguenze negative che non avevamo previsto mentre studiavamo nelle scuole e nelle università, facevamo ricerca nei centri e nei laboratori pubblici e privati, nazionali e internazionali, facevamo progetti all’interno delle aziende e dei ministeri, lavoravamo negli uffici e nelle fabbriche per realizzare quei progetti, quelle innovazioni volute per raggiungere una vita migliore, più comoda, con meno sofferenze. Corrente elettrica, bagni igienici e acqua potabile in casa, strade migliori, automobili, trasporti pubblici, edilizia pubblica, medicine salva vita, niente morti per raffreddore, meno mortalità infantile, allungamento della vita. Etc etc.
Ma, domanda: davvero non abbiamo previsto le ricadute negative di tutto questo? Non è una domanda banale, per almeno tre motivi: uno perché è un’indagine storica, che va a cercare le responsabilità personali le collettive, e magari anche qual è il momento storico (se c’è) in cui è iniziato lo scollamento tra chi lavorava per la costruzione di qualcosa di buono e chi sapeva che qualche altra cosa di distruttivo stava insorgendo. Alle nostre generazioni viene facile pensare al secondo dopo guerra, quando i nostri genitori e i nostri anni, operai, periti, artigiani, ingegneri, impresari, hanno lavorato con orgoglio, impegno e speranza alla ricostruzione del Paese. Ma poi, sempre per dirla semplice, qualcosa è andato storto. A un certo punto, quella percezione di ascesa e di miglioramento delle opportunità è stata infiltrata dalla percezione di un peggioramento di molti parametri della nostra vita (sogni infranti). Inquinamento dell’atmosfera, incapacità di gestione dei rifiuti, riscaldamento globale, siccità. Città divenute invivibili per difficoltà di accesso ai servizi, costi di vita lievitati, problemi di viabilità, traffico auto, inefficienza del trasporto pubblico, un numero inconcepibile di ore spese ogni anno dai cittadini sui mezzi per raggiungere le loro mete (lavoro, casa, altro). In più, le nuove generazioni hanno iniziato ad avere la percezione di essere relativamente (stipendi/costi della vita) più povere dei loro genitori.
Il secondo motivo per cui la domanda “sapevamo o no quali potevano essere le conseguenze di quello che stavamo facendo?” non è banale, è perché ci aiuta a dare una risposta onesta alle generazioni che sono venute e verranno ancora dopo la nostra. Infine, terzo motivo, quella domanda ci può aiutare a risolvere in parte i problemi che abbiamo oggi.
Credo che nessuno, neanche il più ostinato progressista, possa negare di aver ogni tanto pensato che sia meglio riavvolgere il nastro, tornare indietro, al passato. E c’è qualcuno che lo sta facendo con soddisfazione (torniamo a vivere in campagna, facciamoci l’orto sul terrazzo, la casa sulla via degli Dei o nel bosco). Su un fronte cruciale, quello dell’IA, stiamo vivendo in diretta la creazione di inaspettati schieramenti: chi vuole frenare perché ne ha scoperto i pericoli (gli stessi big del settore – anche se non è facile credere che non ci siano dietro altri interessi economici prima della paura -, e soggetti politici di parti storicamente opposte) e chi non vuole frenare affatto perché sarebbe in ogni caso perdere.
Certo è che, chi ricerca e progetta soluzioni per i nostri problemi senza voler tornare indietro, lo fa affidandosi ancora all’innovazione. Quindi è l’innovazione che ci può salvare dai problemi che sono venuti alla luce mentre la praticavamo. Anche perché c’è da tener conto che la nostra società, almeno ancora per un po’, vedrà la popolazione mondiale aumentare.
Questa “nuova innovazione” si basa su un elemento: i dati.
Per fare un esempio in grande, alla digitalizzazione generale, in Italia è stato riservato il 26 per cento dei fondi del PNRR.
tutta l’innovazione della pubblica amministrazione mira a efficientare, velocizzare e migliorare la qualità dei servizi per i cittadini. Come? Con la digitalizzazione dei processi e relativa formazione di chi ci lavora. Non a caso, a questo obiettivo è È tutto qui? Si risolve tutto con la digitalizzazione? Il fatto è che una delle radici del problema dell’inefficienza della PA è legato all’ingente massa di dati che i cittadini devono fornire e che le amministrazioni devono gestire per smaltire le pratiche quindi espletare i servizi.
Questi dati sono importanti, ma è molto difficile gestirli, non solo per la loro mole, ma perché non hanno degli standard che permette loro di comunicare, di essere integrati, di essere disponibili.
Anni fa, nel settore ICT, il tormentone era no i Big Data, non si parlava di altro, erano il grande vanto di chi li sapeva raccogliere (grandi società di ICT e consulenza) e di chi dichiarava di usarli nei servizi e nel marketing. Poi a un certo punto, è arrivata un’epifania: ok, i dati li raccogliamo (come mai fatto prima, tanti, eterogenei), li stocchiamo, li mettiamo tutti vicini vicini nei nostri server, ma non sappiamo integrarli, sono troppo diversi tra loro, non possiamo trasformarli in qualcosa di maggiore valore, ovvero in informazione, perché purtroppo non si basano sugli stessi standard.
Quindi bisogna lavorare agli standard.
Questo è quello che sta accadendo non solo nella P.A. Oggi gran parte dell’economia si basa sul possesso dei dati (il nuovo petrolio, e infatti si parla di economia del dato e anche di guerra dei dati), ma per migliorare e risolvere i nostri problemi bisogna trovare il modo di tradurre tutti questi dati raccolti in informazioni utili.
Tornando alla questione del tempo che gli essere umani spendono in media dentro i mezzi di trasporto a causa del traffico e dei ritardi, anche nel settore della mobilità e trasporti si sta lavorando a più mani alla cultura del dato.
Al Data Mobility Summit, di cui parlavamo all’inizio, la settimana scorsa è stato ribadito che oggi per adottare le giuste decisioni sulla mobilità bisogna conoscere gli spostamenti delle persone e delle merci, le prestazioni dei servizi e l’utilizzo delle infrastrutture, le informazioni prodotte ogni giorno da mezzi, bigliettazione, e sensori. E anche collegare incidenti, traffico e caratteristiche delle strade, in modo che si possa scegliere dove intervenire e valutare gli effetti degli interventi per ridurre gli oltre 2800 morti sulle strade italiane. Serve collegare linee, percorrenze, costi, utilizzazioni aiuta a programmare e confrontare servizi di trasporto pubblico locale in ambiti comparabili per migliorare la loro efficacia ed efficienza. Conoscere i flussi di traffico, la congestione e i ritardi nelle diverse fasce orarie aiuta a migliorare la circolazione e verificare l’efficacia degli interventi messi in atto. Insomma una mobilità efficiente e sostenibile oggi non riguarda solo il traffico cittadino e i ritardi dei treni. Come fare? Nel manifesto lanciato quest’anno al Summit, sono indicate sei azioni precise:
1. Rendere i dati reperibili e accessibili
2. Collegare le fonti e chiarire le misure
3. Migliorare i dati per gli usi che contano
4. Conservare dati e conoscenza nel tempo
5. Rendere praticabile la condivisione
6. Sostenere il lavoro di chi produce e usa i dati
In una parola, è quello che afferma Ennio Cascetta, accademico ed esperto di fama internazionale di pianificazione dei trasporti e della mobilità sostenibile “Se non puoi misurare, non puoi migliorare.”.
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