Nelle campagne della Sicilia sudorientale i caporali prendevano il nome di ravanti, termine dialettale per indicare la parola “davanti”. Si trattava di braccianti che, dopo aver contrattato l’ingaggio con i padroni, si ponevano alla testa (davanti) delle squadre di zappatori o mietitori che loro stessi avevano organizzato, dettando ritmi e modalità di esecuzione del lavoro. Nelle piane di Gela e Catania vi erano i ligaturi, il cui nome derivava dalla funzione di legare i covoni durante le fasi di mietitura. In Puglia il caporale era chiamato antiniere e somigliava poco al classico mediatore e al locatore d’opera. Era, piuttosto, un capo bracciante. Il suo nome derivava dal contratto notarile di “antineria” con il quale le masserie si assicuravano le squadre di mietitori per l’annata successiva.
Nelle Marche prendeva il nome di capoccia ed era un vero e proprio «intermedio» che nella cornice sociale ed economica della mezzadria si preoccupava di ottenere il massimo dai membri della sua famiglia per non sfigurare con il padrone o con il fattore.
Non sono mancate figure femminili di caporali. Esempi possono essere la fattora pugliese o la maestra salentina, adibite al reclutamento e al controllo della manodopera femminile impegnata nelle grandi raccolte o, nel secondo caso, nella lavorazione del tabacco.
Non è possibile, quindi, fissare sulla carta un profilo del caporale dai caratteri universali, astratto dal tempo e dallo spazio. Ciò non toglie, tuttavia, che si possa tracciare un perimetro del suo operato, riassumere le funzioni che ha storicamente svolto e delineare lo spazio sociale all’interno del quale di volta in volta si è mosso.
Da sempre il caporale si è occupato dell’intermediazione informale o (dopo i primi interventi legislativi) illecita della manodopera. È sempre stato prima di tutto un mediatore con la funzione di reclutare e spostare i lavoratori rurali. Il suo ruolo nasce da un aspetto strutturale: la distanza geografica e sociale tra domanda e offerta di lavoro ed è stimolato dar la storica difficoltà dei meccanismi istituzionali di favorirne l’incontro.
Dopo aver incettato la manodopera nei luoghi dove questa abbondava, i caporali ne favorivano lo spostamento verso le aree di impiego, mediandone il rapporto con la proprietà terriera o con le figure a capo delle strutture e delle organizzazioni produttive. Erano il punto di contatto quindi, di realtà geografiche distanti, ma anche di sfere sociali separate
Si muovevano lungo l’articolata gerarchia sociale dei rapporti di produzione, che alla base vedeva il variegato mondo del lavoro rurale, alla cima la proprietà terriera, e nel mezzo figure (boari, mezzani, fattori) che nascevano dalle diverse forme di conduzione della terra. In questo spazio sociale, attraverso relazioni di carattere personale, i caporali riuscivano a gestire segmenti, più o meno grandi del mercato del lavoro.
Tratto da Il caporalato. Una storia, Giovanni Ferrarese (Carocci 2026).







