In Italia chiamiamo la torta californiana “quella con la frutta”, perché lì, nel Golden State, se ne trova tanta, berries soprattutto, che sono tutti i frutti di bosco. Da noi ci si ingegna con mille nomi diversi: fragole, ribes, lamponi, mirtilli, invece là basta cambiare prefisso al termine con cui si indica la bacca: straw-blue-cram -black-rasp.
Poi però la pasta frolla con la crema pasticcera non ce l’hanno, non come la conosciamo noi almeno, anche se nelle bakery si trovano le pie, le crostate col coperchio e i quattro tagli, quelle di Nonna Papera, care sia al Ciccio che all’Orso Yoghi, e sono ripiene di frutta, di solito: ciliegie, come quella preferita dall’ispettore Cooper di Twin Peaks, o mele, come nella versione che Biancaneve prepara ai nani. La bakery è il forno, ma in California centrale quasi mai vende pane artigianale, solo dolci. Di pani industriali, ce ne sono un’infinità, a base di segale, di zucca, alcuni simulano molto bene le pagnotte appena uscite dal forno a legna.
I supermercati ne hanno corsie piene. L’abbondanza, l’iperbole è la cifra di questi luoghi, le variazioni sul tema di qualsiasi cosa, quegli scaffali incantano come la casetta di Marzapane. Era Don De Lillo in Rumore Bianco a sciorinare i mille tipi di cereali disponibili in un supermercato, ma appunto è così per ogni articolo e ora dopo dodici anni anche l’Italia si sta conformando al big store statunitense che però rimane ancora imbattuto. Non arriviamo a sofisticherie come la variabile di coca cola dolcificata con lo sciroppo di granturco invece che con lo zucchero di canna, o agli infiniti dressing per insalate e carni tutti invariabilmente a base prevalente di zucchero.
Il burro di arachidi, o lo sciroppo d’acero: perché ce ne sono sei scaffali? È sempre acero, sono sempre arachidi, non è come il miele che ha origini da pollini diversi (anni fa a New York nei semafori si vide miele rosa alla menta perché le api che avevano fatto il favo lì suggevano lo zucchero da una fabbrica di chewing gum, cit. Eat The City di Robin Shulman). I frutti di bosco si vanno a raccogliere all’orto, a pagamento, come le zucche, ma sono anche disponibili in vassoi di plastica, più o meno come in Italia dove ancora però non siamo giunti alla perversione di impacchettare le fragole con la panna già spruzzata sopra.
Gli snack. Impossibile una ricognizione dei reparti, basta un’occhiata a quelli alla cassa. Il migliore è lo stick di carne di manzo (a proposito: in America c’è l’hot dog all beef, tutta un’altra storia rispetto a quello di maiale o pollo) ma anche le bustine trail mix: all’apparenza sono arachidi, uvetta e mandorle, come nella grande distribuzione europea ma qui si rivela tutto il colpo di genio americano che mescola alla frutta secca qualche sporadica, colorata M&M’s nelle due timoffolepologie con nocciolina o solo cioccolato. Perché? Per smorzare la troppa salubrità dell’insieme, la monotonia cromatica?
No, ci spiega una madre del New Jersey. Per convincere i bambini a camminare. Alla cassa non ci sono le gomme del ponte ma un brand dai colori smorti definito vintage: sanno di canfora.
Se si è nei pressi del 4 luglio ogni cibo è proposto nella versione blu bianca e rossa: così anche i Lindor american edition, e le torte glassate.
I pacchi di pasta sono pochi e i nomi dei formati non sono gli stessi usati in Italia: i fusilli sono i rotini, con assonanza alla parola inglese con cui si indica la forma. Spaghetti e Penne restano invariati, anche se serviti con le meat ball di Lady and the Tramp (da non confondere col tycoon), che sono i Lilli e il Vagabondo.
Le zuppe Campbell, al pomodoro, ai funghi, al pollo, esistono ancora, iconiche prima che iconico diventasse un aggettivo iconico. Occupano quattro piani di una corsia e sembra di stare al MoMa di New York
Con le pannocchie c’è il pratico reggi pannocchie: due manopole all’estremità di piccoli spiedini da infilare ai lati del titolo di mais. Con i marshmallow, le caramelle spugnose di acqua, zucchero e gelatina, si vendono le gallette biscottate (il Graham cracker si dice inventato da un religioso che voleva diffondere dolcetti più sobri tra i bambini della parrocchia) e la tavoletta di cioccolata: le tre componenti danno vita al s’more, nome che deriva dalla contrazione dell’espressione “some more” perché è certo che non solo i bambini ne vorranno ancora dopo aver provato. Prima di fare il piccolo sandwich il marshmallow si sa va abbrustolito sul fuoco, possibilmente deve infiammarsi. Come fanno Snoopy e i fratelli di Woodstock in campeggio. Nella traduzione e adattamento delle strisce dei Peanuts su Linus, a cura di Oreste Del Buono, nel Novecento, si chiamavano toffolette.
Non di solo pane vive l’uomo quindi il supermercato è regno anche di biglietti di auguri, persino per la Festa del Capo, in pratica il leccaculo day, occupano una corsia, di fiori (già composti a mazzo) e palloncini (gonfiati). Rare candeline, alcune riviste, sempre meno, resistono quelle di cucina. La ricetta del tiramisù ha 19 ingredienti.
A proposito il mascarpone c’è, i savoiardi forse andavano cercati, come in Italia, tra la pasticceria e non tra i biscuits o meglio i cookies. I primi sono dolcetti al burro. In alternativa si può prendere una variante americana degli oswego, sanno un po’ di cannella, ma è inevitabile. Col caffè da moka, che bisogna portarsi da casa perchè qua non sono né moke né polvere da moka, diventano credibili e gli americani ne andranno pazzi. Non spiegategli quanto è semplice farlo, sarebbe come rivelare un gioco di prestigio, e scegliendo le uova se metterete nel carrello quelle bianche (confezione minima da otto) pensate a quando Caroline, nella Casa nella Prateria, vendeva quelle col guscio rosate o marrone alla drogheria della perfida Signora Oleson che, razzista anche con le galline, le pagava molto meno, e chiedete uno sconto citando un classicissimo della letteratura e televisione USA.







