Stanchi di slogan? Fate bene, pure noi. Abbiamo capito che la modernità rischia di diventare un mastodontico, ingombrante e continuativo primo atto, solo slogan e dichiarazioni di intenti: promettiamo, faremo, ci impegneremo. Di contro, si riscontra poca capacità di vagliare a freddo che cosa hanno prodotto queste promesse.
A proposito del primo atto, lo scrittore americano Kurt Vonnegut sosteneva che quando ascoltiamo una storia desideriamo (siamo più propensi ad accettare) il modello Cenerentola: c’è una povera sfortunata ragazza, messa male, che ha un obiettivo e quasi riesce a raggiungerlo (è il primo atto), per poi sfortunatamente mancarlo ripiombando in basso (siamo al secondo atto), finché, nuovamente e meravigliosamente riesce a risalire in alto e da lì andare verso la felicità (siamo al terzo).
Kurt Vonnegut sosteneva che questo desiderio fonda un modello narrativo con una sua specifica forma, una curva che parte dal basso, sale, riscende per poi salire nuovamente verso l’infinito – può funzionare anche al contrario, sono in alto ma cado, gratto il fondo e risalgo. Kurt Vonnegut era geniale e scherzava (e detestava modelli classici e orientati secondo uno schema cronologico), ma nella sostanza ha descritto un modello che va per la maggiore, cioè quello a tre atti.
Niente di male, ma si avverte un pericolo. Il drammaturgo David Mamet, maestro dei tre atti, sostiene che è vero che ogni volta che ascoltiamo una storia desideriamo vedere o leggere la partita perfetta, che (per il sottoscritto) non è Napoli-Juventus tre a zero, ma Napoli-Juventus quattro a tre, cioè, il modello Cenerentola: partiamo dal basso, recuperiamo, quasi vinciamo (primo atto), andiamo sotto, poi esaminiamo i nostri sbagli (secondo atto) e ripartiamo verso la vittoria (terzo atto).
Mamet sosteneva tuttavia che la qualità di un’opera d’arte risiede nel secondo atto, perché il primo è facile da scrivere: si tratta di una bella dichiarazione. E’ il secondo atto che mette in crisi il narratore. C’è da rappresentare un personaggio che patisce la cattiva sorte ma è così capace e desideroso di esaminare i suoi sbagli che alla fine scopre una nuova strada da percorrere. C’è un benefico cambio di punto di vista, indispensabile per immaginare un orizzonte diverso.
Sia Vonnegut sia Mamet mettono in luce il rischio che il secondo atto si risolva nella maniera più facile, ovvia e tradizionale possibile, magari come in Cenerentola (ci pensa la magia) o come nei vecchi classici western dove sul più brutto arrivava la cavalleria.
E’ un rischio concreto. Certo sembra solo materia di stretto interesse narratologico, che se la vedessero i narratori, ma la narrazione va intesa sempre in senso lato, sociologica, antropologica, agricola, politica e così via, di fatto tutti noi partecipiamo alla formazione o al consolidamento delle opinioni e dunque delle scelte politiche.
Senza il secondo atto resta un incessante serie di promesse e di dichiarazioni, belle frasi motivazionali, così splendenti e piene di speranza che alla fine sembrano poter risolvere la nostra vita.
Ma in cuor nostro lo sappiamo, conosciamo il rischio. Se non impariamo a usare un buon metodo d’analisi non faremo (dal punto di vista collettivo) passi in avanti, la società non cresce se diventa reticente, se ha paura di indagare sulle dichiarazioni iniziali, quelle proprie o quelle altrui.
Evitando di elencare i nostri buoni propositi cominciamo questo 2025 ringraziandovi per il sostegno. Cercheremo di concentrarci sempre di più sul metodo di analisi per indagare sulle narrazioni agricole e non solo, per verificare notizie, per inquadrare problemi con cognizione di causa, nonché le soluzioni che abbiamo a disposizione.







