Lo scrittore Goffredo Parise scrisse che il 31 dicembre facciamo un elenco di buoni propositi e poche ore dopo siamo già ubriachi e malinconici: abbiamo intuito che nemmeno quest’ anno si realizzeranno.
Perché è così difficile rispettare i propositi di inizio anno? Prima di tutto è un periodo buio e freddo, che rende più faticose e impegnative le attività fuori casa, quindi si assiste a una separazione tra mente e corpo. La nostra mente desidera cambiare, il nostro corpo si rifiuta. Il primo gennaio non è una data di inizio magica, anche se la consideriamo tale. La psicologa Judy Grisel disse al New York Times: È probabilmente il momento più difficile per cambiare.
Il nostro primo atto, diciamo la verità, finisce subito, è vero che a partire dal 2 gennaio molti si preparano la borsa e vanno in palestra, e ne vedi tanti di tuoi amici che ti salutano e parlano di questa scelta con determinazione e motivazione, ma è anche vero che dopo pochi giorni rivedi molti dei tuoi amici all’enoteca che bevono vino dicendo agli altri e a sé stessi: me lo merito: ho fatto due ore di palestra, e ti mostrano la borsa. Poi a fine mese li vedi solo all’enoteca, senza la borsa per la palestra.
Va peggio quando i propositi sono più impegnativi, quando cioè non si tratta di allenare muscoli striminziti e levare l’odiosa pancetta, ma si mira a qualcosa di più impegnativo, smettere di fumare o bere, o ancora peggio lasciare la persona con cui stai da anni e che ti procura dolori e frustrazioni. Ma in genere gli unici che guadagnano qualcosa da questi propositi solo le aziende, che programmano pubblicità per invogliare le persone a proseguire alcuni dei loro propositi, e per un periodo riescono a vendere, perché in quel periodo noi siamo nel pieno del nostro primo atto, quindi disposti a credere che un prodotto esterno ci aiuti.
Ma se per cambiare una situazione dobbiamo aspettare l’inizio di un nuovo anno questo potrebbe già indicare che non siamo davvero disposti a sostenere la fatica di cambiare. Insomma che ci fermiamo al primo atto e del secondo nemmeno vogliamo vedere l’ombra.
Del resto per capire se siamo sinceri nei nostri buoni propositi dovrebbe cercare di rispondere alla domanda «perché lo sto facendo?» Siccome spesso rispondiamo «non lo so», allora è chiaro che le nostre motivazioni sono un po’ come quelle raccontate da Parise, cioè sono legate a condizionamenti esterni quindi è probabile che saremo già ubriachi e malinconici dopo poche ore, durante il veglione. Non manterremo i buoni propositi.
Le motivazioni sono fondamentali per proseguire un’attività, ma per essere durature non possono provenire soltanto da altre persone, sebbene la presenza e la complicità di amici o familiari sia spesso una condizione utile per creare nuove abitudini.
La difficoltà nel rispettare i propositi di inizio anno deriva spesso anche dal fatto che tendiamo a porci obiettivi poco realistici perché ne siamo naturalmente attratti. È un’attitudine che Michael Inzlicht, docente di psicologia sociale e neuroscienze all’università di Toronto, definisce paradosso dello sforzo»: da un lato attribuiamo molto valore agli sforzi compiuti per ottenere un determinato risultato, dall’altro il nostro cervello elabora continuamente strategie per ridurli, probabilmente perché sono costosi in termini di risorse metaboliche: ancora una volta ci troviamo di fronte a una separazione tra mente e corpo.
Soluzioni: si conoscono: trasformare i propositi in abitudini stabili è non essere troppo ambiziosi nella scelta. Le persone tendono ad avere più successo quando si prefiggono obiettivi raggiungibili, o se suddividono per esempio attività molto impegnative in più passaggi e cominciano dal più semplice. Ma questa soluzione purtroppo non segue la linea dei tre atti, una cosa è dire ero obeso e dopo fatica e sudore sono dimagrito, altra cosa è dire, ho diminuito le porzioni. Nel primo caso si sottolinea il gesto eroico e dunque motivazionale, nel secondo un’ordinaria (quanto benefica) manutenzione che tuttavia non sembra far leva sulle nostre aspettative.
Potremmo dire che siamo schiavi del placebo, due giorni in palestra ci fanno sentire bene e ci invogliano a proseguire, ma poi l’effetto placebo finisce e con lui il primo atto, così decidiamo di aspettare il prossimo anno: sarà quello buono.
Per info







