Il neurofisiologo Fabrizio Benedetti è uno dei maggiori esperti di placebo (il sollievo dal dolore che si prova dopo la somministrazione di un farmaco inefficace come acqua e zucchero).
I suoi studi mostrano come le nostre aspettative sono fondamentali sia per alleviare il dolore (seppure temporaneamente) sia per disegnare la forma delle storie, che si muove seguendo la linea tracciata dai tre atti, desiderio, frustrazione, risoluzione. Ma questi studi offrono riflessioni serie sulla nostra natura, chi siamo e cosa vogliamo da noi stessi e dagli altri, quindi, in conclusione, cosa vogliamo dalle storie.
Benedetti nelle sue conferenze mostra un video dove viene chiesto a un malato di Parkinson di toccare delle spie quando si accendono. Naturalmente il malato non ci riesce. Arriva un’infermiera che gli si avvicina, lo accarezza, gli parla con voce suadente, gli dice che ora gli somministreranno un farmaco nuovo, invece gli danno solo acqua e zucchero, un placebo. Quando ripete il test, sorprendentemente il malato riesce a toccare tutte le spie.
Se ne ricava che il nostro cervello è predisposto a (e desideroso di) accogliere le buone aspettative. I nostri neurorecettori, stimolati dall’aspettativa che la storia propone, producono le endorfine, e per questo ci sentiamo meglio.
Se chiedi a Benedetti, scusa ma perché non curiamo tutto col placebo, lui ti dice: non si può fare. Il placebo fornisce un effetto benefico sui sintomi, li allevia, ma non cura la causa. Ma soprattutto il placebo ha un effetto che varia da soggetto a soggetto: se io sono predisposto a credere, l’effetto su di me sarà più grande rispetto a te che invece sei scettico. È anche vero che l’effetto placebo dura una ventina di minuti e non è misurabile, mentre il farmaco ha un effetto, misurabile su tutti, che si aggira intorno alle due ore (tranne la morfina che è potente e dura a lungo).
Però, attenzione, gli studi di Benedetti dimostrano che l’aspettativa è necessaria anche per far funzionare meglio il farmaco. Cioè, se io deludo le aspettative e speranze del paziente alzando la sua consapevolezza, rendendolo troppo vigile nei confronti della storia che gli racconto, rischio di non attivare la risposta al farmaco.
Ora, eccoci al – chiamiamolo così – “dilemma Benedetti”. Promuovere un’aspettativa è necessario ma anche pericoloso: se un mago (ma anche un sofista, un ricattatore emotivo) ti fornisse un amuleto (o una suggestione) in grado di darti un piccolo beneficio anche se dura poco, con che diritto potremmo dirgli di non usarlo? Ma se attraverso quell’amuleto io poi non vedessi più la mia malattia? Avrei un danno serio. Se attivo l’amuleto rischio troppo, se lo attivo troppo poco rischio lo stesso.
Rebus sic stantibus, ogni volta che raccontiamo una storia attiviamo lo stesso dilemma: come fare a costruire narrazioni che non alimentino un blando effetto placebo? Come, al contrario, costruire delle storie capaci di leggere la realtà a costo di deludere le aspettative, ma senza perdere la necessaria fiducia, il patto narratore-lettore, senza il quale non puoi nemmeno cominciare a raccontare?
La risposta dovrebbe essere: buttiamo via tutto lo storytelling imperante, dedichiamoci senza paura a storie complesse che meglio descrivono la ragnatela che ci struttura: i fili li tesse il nostro umore, il caos, la volontà che è poca cosa, l’eredità ricevuta, la rabbia, la delusione, la tensione, l’inconsapevolezza. Questo sì che è un buon quanto difficile proposito da inizio anno.







