Riconoscere ed il riconoscersi è stato per me sempre un concetto affascinante ma osservando Maurizio la tartaruga ho, pian piano, capito cosa potesse essere in concreto. Fino a quando ho vissuto nella grande casa dai soffitti avorio, la tartaruga era a vista sul mobile di fronte al tavolo da pranzo e mi fissava per ore. Seguiva la mi voce, si agitava se sentivi un tono diverso dal normale, si avvicinava al mio dito che si rifletteva sul vetro quasi per baciarlo. Era arrivata a casa mia dopo una puntatina al negozio emporio di specie tropicali ed una volta mi era pure scappata tra le foglie umide del giardino quando la lasciavo un po’ al sole per farle rinforzare il guscio.
Da tre anni, ormai, la vedo solo quando ritorno lì. La sua postazione si è’ spostata nella stanza dalle vetrate lunghe, all’ombra dell’orchidea. Non so come passa le sue giornate e alle volte la immagino che risale con la testa fuori dall’acqua per capire se c’è qualcuno che si ricordi di lei. Ma ogni volta che io torno e mi affaccio in quella stanza, lei mi guarda e prova ad uscire dalla vasca per venirmi incontro. Non so quale intelligenza e quale percezione lei abbia, non so cosa lei sappia di me e di come sono io, ma so che riconosce il suono della mia voce. Inconsapevolmente le ho affidato una parte della mia vita passata che lei conserva, standosene lì da sola, per ore e per giorni, sfidando il suo ed il mio tempo. So che lei c’è e che mi aspetta. Non è da tutti o per tutti riconoscersi senza tempo








