Magari il conte Stefano Jacini (1826/1891) non è molto noto. Peccato, almeno quelli che parlano di agricoltura (ma non solo, quelli che amano scrivere inchieste e reportage) dovrebbero studiare la sua Relazione finale redatta per la Giunta parlamentare per l’inchiesta agraria di cui era Presidente. Jacini impostò i lavori con criteri scientifici e statistici d’avanguardia, tanto è vero che l’Inchiesta (conclusa nel 1886) rappresenta la più vasta documentazione dell’Italia liberale. Non si trattò di una semplice raccolta di dati burocratici, ma di un’analisi profonda del Paese, condotta attraverso questionari inviati a sindaci, prefetti, proprietari e medici condotti, integrata da precise ispezioni sul campo. Insomma, per parlare di agricoltura italiana è necessario partire dall’Inchiesta di Jacini. Perché capire chi eravamo e come, attraverso quali strumenti gli agricoltori italiani, nonché tecnici di ogni disciplina, hanno migliorato l’agricoltura e con essa la salute dell’Italia è veramente un’operazione di memoria storica.
Nell’impossibilità di raccontare tutta l’Inchiesta, prendiamo qui, per commentarlo (grazie ad Agrarian Sciences e a Francesco Marino), un piccolo estratto dove si racconta il caso di Bocchigliero, comune montano della Sila Greca e luogo natio dell’autore, dove i dati dell’Inchiesta e le fonti locali rivelano dinamiche sociali e persistenze culturali mantenutesi stabili per quasi un secolo, perché per un secolo e più l’agricoltura non mai cambiata: difatti facevano una vera agricoltura biodinamica.
Nell’Inchiesta si sottolinea che l’aspettativa di vita media della popolazione era molto bassa e faticava a superare i trent’anni, a causa delle dure condizioni di lavoro e dell’insalubrità dell’ambiente domestico. Questo dato era influenzato da un tasso di mortalità infantile molto elevato, che colpiva i bambini nei primi mesi di vita.
Interessante è la descrizione delle abitazioni rurali: strutture monocamera in pietra e fango, prive di finestre e quindi di luce e ventilazione. All’interno di questi spazi, gli abitanti accendevano focolari per cucinare e scaldarsi, ma la mancanza di cappe per i camini faceva sì che il fumo ristagnasse stabilmente all’interno, causando gravi patologie respiratorie agli inquilini. Questi ultimi condividevano forzatamente gli stessi ristretti locali con gli animali (principalmente capre, maiali e galline) i quali venivano tenuti in casa sia per preservarli dai furti e dai predatori, sia per sfruttare il loro calore biologico come rudimentale fonte di riscaldamento sussidiaria durante i rigidi mesi invernali.
Come se non bastasse, a questa situazione si aggiungevano anche le tasse che la Chiesa, per sostenere la rete di assistenza, prelevava alla comunità, gravando non poco sulle famiglie.
Nella sostanza, e nonostante le leggi statali sull’eversione dell’asse ecclesiastico, nelle parrocchie dell’entroterra continuava l’applicazione della decima e di vari censi legati ai benefici religiosi (La decima: cioè una tassa equivalente alla decima parte dei prodotti del suolo e dell’allevamento, un retaggio dell’epoca carolingia).
Insomma, i rappresentanti della Chiesa chiedevano a contadini e pastori quote fisse dei raccolti di segale, olio o prodotti dell’allevamento. Capite che in un’economia di pura sussistenza, dove ogni frazione di cibo era essenziale per evitare la denutrizione, questo prelievo riduceva drasticamente le risorse alimentari a disposizione dei nuclei familiari, con conseguenze dirette sulla salute di madri e feti.
Questa drammatica vulnerabilità economica si rifletteva in modo lineare sui dati della mortalità infantile. Ora, la teologia cattolica dell’epoca insisteva dogmaticamente sul timore del Limbo, ovvero il destino ultraterreno di isolamento spirituale riservato ai bambini che morivano senza aver ricevuto il sacramento del battesimo.
Questa profonda angoscia religiosa spingeva le famiglie a battezzare i neonati a pochissimi giorni dal parto, senza considerare le proibitive condizioni climatiche o l’intrinseca fragilità del bambino. Durante gli inverni rigidi di Bocchigliero, i neonati, spesso già debilitati a causa della malnutrizione materna, venivano trasportati a piedi lungo i sentieri innevati fino alla chiesa parrocchiale.
All’interno di edifici monumentali gelidi e privi di qualsiasi riscaldamento, i sacerdoti amministravano il battesimo per infusione, versando l’acqua fredda sul capo del neonato. Questo shock termico favoriva l’insorgenza immediata di affezioni respiratorie acute, come bronchiti e polmoniti, che stroncavano frequentemente la vita del bambino nei giorni successivi. Il condizionamento culturale anteponeva così la salvezza spirituale dell’anima alla tutela biologica del corpo, portando le comunità ad accettare queste frequenti perdite come espressione ineluttabile della volontà divina.
(grazie a Francesco Marino che con una serie di articoli veramente ben fatti si sta occupando di dare una cornice storica alla nostra agricoltura)
https://www.agrariansciences.it/2026/07/nel-bicentenario-di-stefano-jacini.html#more







