La saggista Alessandra Viola sta portando avanti (insieme ad altri) una campagna per far conoscere alcune particolarità delle piante – particolarità spesso ignorate dai più – e nello stesso tempo stilare dei diritti per le piante.
Iniziative di questo spesso si accolgono sempre bene, soprattutto se contribuiscono a fare luce sul mondo vegetale, poco studiato o analizzato solo dagli addetti ai lavori.
Rispetto a questa campagna promozionale per i diritti delle piante, tuttavia segnalo una mancanza, sia pratica sia teorica.
Alla domanda: come, in che modo, si articolerebbero i diritti delle piante? ovvero, cosa mettiamo al punto uno o due o tre dell’articolato? Alessandra Viola resta sul vago. Certo, è una proposta giovane, quindi non esaustiva, necessita di una discussione approfondita (e non dimentichiamoci: su una base epistemologica) ma incalzata, Alessandra Viola oltre a richiamare altre entità alle quale sono state attribuiti diritti (vedi alcuni grandi fiumi), si limita a dire che un diritto per esempio, potrebbe prevedere di non sfruttare le piante.
Si intende suggerire che l’agricoltura così com’è non funziona? Che alcune tecniche agronomiche che favoriscono la coltivazione intensiva andrebbero limitate? Perché? Forse fanno male alle piante? Nutrirle con concimi, irrigarle, usare tecniche agronomiche, curarle con agrofarmaci, migliorarle con gli strumenti dell’ingegneria genetica, vecchi e nuovi, insomma queste pratiche lederebbero i diritti delle piante?
Se da una parte la ricerca offre nuove soluzione per limitare i costi ambientali dovuti alla coltivazione (ma se non ci nutrissimo a sufficienza pure subiremo dei costi ambientali), dall’altra parte, un’attenzione così forte sui diritti delle piante porrebbe molti interrogativi. Se sono essere senzienti, potrebbero infatti non gradire affatto alcune nostre cure. Oppure al contrario, si affiderebbero a noi per meglio esprimere il loro potenziale.
Nell’uno e nell’altro caso, abbiamo gli strumenti tecnici per misurare la loro eventuale sofferenza o preferenze? Possiamo noi umani intendere o carpire eventuali desideri delle piante oppure ci muoviamo con il solito sguardo, quello dell’antropocentrismo e dell’antropomorfismo?
Queste domande meriterebbero una risposta, altrimenti la dichiarazione dei diritti alle piante rischia di restare sul vago.
Il dubbio viene: sul mondo vegetale ci sono molte discussioni, ma purtroppo questo dibattito ancora non è sostenuto da uno statuto epistemologico, insomma su prove certe. Al momento si rischia di portare avanti una battaglia suggestiva (per alcuni anche utile a una successiva e più elaborata conoscenza del mondo vegetale) ma non ancora supportata dal metodo scientifico.
Se le piante sono animali verdi, se insomma presentano caratteristiche del mondo animale e come tali sarebbero soggette a uno statuto, una Costituzione, è anche il titolo (che qui prendiamo in prestito) e la domanda che innerva il bel libro di Marco Ferrari.
Il saggista, con molta pazienza ripercorre tutta la nuova vulgata sull’intelligenza delle piante e cerca, strumenti e prove alla mano, di fare quello che nessuno fa più: cercare le prove (dunque capire come sono state fatte le sperimentazioni), indicare differenze, sottolineare dei distinguo. E’ la base, l’abbecedario. Senza differenze i valori si assomigliano e i diritti diventano vaghi.
Ne viene fuori un testo di grande fascino, esaustivo e difensivo. Cosa spiega l’abbiamo detto. Cosa difende? Difende il metodo scientifico, ovviamente, ma ci popone anche un antidoto contro i sofismi che nel mondo vegetale si stanno diffondendo, tanto che, in certi casi, a leggere le dichiarazioni di alcuni divulgatori, quelli che con leggerezza parlano dei sensi delle piante, non si capisce più la differenza tra un occhio umano e uno (eventuale) vegetale.
Il filosofo Thomas Nagel, nel lontano 1974 con un libro dal titolo: Cosa si prova ad essere un pipistrello dette a tutti la possibilità di interrogarsi sulla nostra esperienza soggettiva, che per quanto ampia, non ci porterà mai a capire cosa prova un pipistrello. Che comunque appartiene alla grande famiglia dei mammiferi, là dove anche noi umani siamo di casa.
Pensate essere una pianta.







