In un capitolo, che qui riepiloghiamo, Marco Ferrari, dà voce ai critici o comunque a quegli scienziati che riguardo il tema intelligenza delle piante (perlomeno come è stato presentato) sono più cauti e invitano a contestualizzare e differenziare.
Alcuni sono rimasti sorpresi dall’impatto delle idee di Mancuso, Balusca e Simard. I loro giudizi non sono scientifici. Si inseriscono tra la ricerca vera e propria e la sociologia della scienza. O la psicologia. Paola Bonfante è tranchant: “I risultati scientifici sull’intelligenza delle piante non esistono. Perché la comunità di ricercatori – a parte poche eccezioni – non si interessa dell’argomento. E a proposito dell’espressione “neurobiologia vegetale”, considera la definizione fuorviante. Giudica antiscientifiche alcune affermazioni di Monica Gagliano, come il fatto che una pianta possa parlare. Senza virgolette. Quello che stupisce Bonfante è il fatto che tutta una serie di colleghi serissimi delle discipline umanistiche, antropologi, insegnanti, autori di letteratura, parlino dell’intelligenza delle piante come fosse un dato acquisito. Il problema non sussiste dal punto di vista scientifico, conclude, ma da quello della comunicazione: “Se ne parlo in convegni interdisciplinari e do il mio parere sono guardata malissimo. Come quella cattiva che non difende le piante.”
Il parere di David Tilman, ecologo statunitense – che insegna all’università del Minnesota e della California- è netto. “Il ricordo che ho del lavoro sulla comunicazione tra alberi e sulla condivisione dei nutrienti è che si trattava più di una visione romantica che una conclusione che si può trarre da un’analisi approfondita dei dati”.
Non è che i ricercatori siano ostili alle nuove ipotesi. Justine Karst non è pregiudizialmente contro i risultati degli esperimenti: “Ci sono elementi di verità nelle ricerche, ma il tutto è enfatizzato eccessivamente. Ha le idee chiare sulle ricadute.” Dopo il primo esperimento, è iniziata la discussione sull’idee di Simard: “La discussione è andata avanti senza che nessuno la contestasse. Si è quasi consolidato un dogma. Poi è trascinato nella divulgazione pubblica prendendo di sorpresa la comunità scientifica”.
Anche il mondo della ricerca ha iniziato ad accorgersi dell’impatto che queste idee hanno su quello che una volta era definito immaginario collettivo. Per esempio, considerare le foreste come iperoggetti connessi tutti da salvaguardare, può essere lodevolissimo ma pericoloso. Se infatti una tesi si dimostra anche solo parzialmente scorretta, è un’arma in mano a coloro che la natura invece vogliono sfruttare la fine in fondo. In conclusione diffondere l’idea che le foreste meritano protezione perché mostrano qualità umane, potrebbe in realtà danneggiare la causa della loro conservazione anziché favorirla.
Poi, prendere il comportamento collaborativo e alturista degli alberi e dei funghi come esempio per la nostra società è fantastico, ma ricade in un pericolo più volte paventato dagli studiosi di comportamento animale e non solo. Filosofi ed etologi dicono: se la risoluzione dei problemi di bonobo non avviene attraverso gli scontri violenti, dobbiamo anche noi adeguarci perché ci sembra migliore come comportamento, allora perché non prendere esempio da un’altra specie simile che risolve tutto a morsi e assalti predatori come lo scimpanzé? Il comportamento della natura non deve essere preso a esempio per il comportamento umano, dato che quest’ultimo ha un’altra storia ed è sporcato da millenni di cultura. Ancora Bonfante conclude con questo approccio si dà un significato morale alla natura mentre da essa non è coretto estrarre alcun precetto di comportamento né buono né cattivo.
(Estratto dal libro di Marco Ferrari, Le piante non sono animali verdi. Bollati Boringhieri, 2026, che ringraziamo)







