Un recente articolo dell’Economist ci segnala una preoccupante tendenza in atto. In Malesia – e per estensione anche in Indonesia, Filippine e Thailandia – l’agricoltore medio ha 60 anni, nelle Filippine 56. Considerando, poi, il Sud-Est asiatico nel suo complesso, un terzo di tutti i lavoratori agricoli hanno 55 anni o più.
Ciò significa che, in questa parte dell’area asiatica, siamo alle prese con un paradosso: per anni i politici del Sud-Est asiatico hanno cercato di spostare i lavoratori dalle aziende agricole alle fabbriche, perché – è chiaro – un paese moderno è anche un paese industriale, ma ora le persone che lavorano in agricoltura stanno invecchiando. E siccome gli agricoltori più anziani sono meno propensi a sperimentare nuove varietà di sementi o nuovi macchinari, le carenze produttive del settore primario rischiano di ripercuotersi anche sugli altri settori.
Analizziamo meglio il paradosso: lo spostamento dalle campagne alle fabbriche riflette una tendenza moderna, i campi sono poveri di giovani perché molti hanno trovato lavori migliori nelle città, le migliori condizioni di vita che la modernità ha portato anche nelle campagne (per esempio, l’assistenza sanitaria rurale, un tempo scadente, è migliorata) hanno fatto sì che gli agricoltori vivano più a lungo, ma questi producono di meno.
Quanto di meno? Alcuni governi temono che la bassa produttività nel settore primario possa mettere a repentaglio le scorte alimentari.
La preoccupazione, poi, è amplificata dal fatto che nei paesi del Sud-Est asiatico l’agricoltura costituisce ancora il 9-22% del PIL e impiega circa il 30% di tutti i lavoratori. Quindi un calo di produttività andrebbe a minacciare un’importante quota di PIL.
Che si fa? Una soluzione sarebbe garantire che gli agricoltori abbiano gli strumenti giusti e siano formati per essere produttivi anche in età avanzata.
Facile a dirsi, visto che gli agricoltori del Sud-Est asiatico spesso lavorano appezzamenti troppo piccoli per generare capitale per la meccanizzazione. Bisognerebbe migliorare l’accesso al credito o ai programmi di noleggio di macchinari, potrebbe essere d’aiuto. Oppure convincere i giovani a tornare a dedicarsi all’agricoltura.
Anche qui, facile a dirsi. Insomma, immaginate una persona giovane che va via dalla campagna e trova un lavoro in città, meglio pagato, e che gli garantisce comunque uno status più elevato. Difficilmente tornerebbe indietro, anche perché esiste, ed è legittima, una spinta culturale in proposito: molti genitori contadini essendosi sporcati le mani per millenni, non vogliono che i figli continuino a sporcarsi le mani: difatti, nel 2020, un sondaggio condotto tra i coltivatori di riso filippini ha rilevato che circa due terzi di loro non volevano che i propri figli seguissero le loro orme.
Insomma, il paradosso sembra di difficile risoluzione, almeno per la Malesia dove, come dicevamo, l’età media degli agricoltori sfiora i 60 anni.
Ah, giusto per accrescere il paradosso: in Italia, secondo gli ultimi sondaggi di Ismea, l’età media degli agricoltori italiani è compresa tra i 60 e i 63. Dunque, è un attimo sostituire Malesia con Italia, e trovarci anche noi, prima o poi, dentro quel paradosso.







