Il New York Times, a proposito di nonne, racconta del pellegrinaggio che in tanti compiono per mangiare la pasta più rara della Sardegna: su filindeu, i fili di Dio. Delle oltre 350 forme di pasta ufficialmente riconosciute in Italia, questa è considerata la più rara.
Si tratta difatti di un processo meticoloso, difficile da tramandare alle generazioni più giovani. Ogni dettaglio del su filindeu è importante, compreso il suo rapporto con l’ambiente mediterraneo. Anche per questo sono rimaste poche le persone capaci di fare questa speciale pasta. Una di queste è Paola Abraini (una tra le ultime custodi di questa tradizione alimentare che è riuscita non solo a tenere viva la memoria ma di passarla ai posteri) che sostiene che: “Perdere questa tradizione sarebbe come perdere un pezzo della nostra identità”.
Per gran parte della sua storia secolare, il su filindeu è stata una tradizione tramandata attraverso un’unica linea di matriarche provenienti da Nuoro, una città nell’entroterra montuoso dell’isola.
Mentre la maggior parte della pasta fatta a mano in Italia viene stesa con un mattarello, ogni passaggio della pasta filindeu dimezza la larghezza e raddoppia il numero di fili. Ripetendo questo processo otto volte si ottengono i 256 fili necessari.
Non è una ricetta facile da replicare. La tecnica va sentita sulla pelle, appresa attraverso la ripetizione e gli errori finché le dita non conoscono la differenza tra il perfetto e il completamente sbagliato. Per padroneggiarla è necessario padroneggiare molte variabili, tra cui l’effetto dell’acqua dura rispetto all’acqua dolce, il momento giusto per aggiungere la soluzione salina e come adattarsi alle condizioni climatiche. Questo livello di dedizione ha reso le giovani generazioni di donne del luogo restie ad intraprendere questa pratica.
Il NYT conclude scrivendo: “Molti sono venuti a Nuoro per imparare, ma pochi sono riusciti a padroneggiare questa complessa arte. Persino i magnati della pasta della Barilla, la più grande azienda di pasta al mondo, non sono riusciti a svelare il segreto di questi spaghetti”.
Questo per dire che anche tenere viva una tradizione è un’innovazione.
Qui il link dove poter vedere il video (suggeriamo di scorrere fino alla fine)







