Franco Capone è un giornalista scientifico specializzato in antropologia, etologia e paleontologia. Ha intervistato i più aggiornati esperti di Neanderthal (Francesco D’Errico, Marco Peresani, Diego Angelucci), e ha scritto un libro molto bello e innovativo (per stile e chiarezza comunicativa), grazie al quale è riuscito a ricostruire un quadro in cui per un verso viene meno il senso di superiorità a lungo attribuito ai Sapiens da parte dei paleoantropologi, e per l’altro verso emerge un senso di possibilità. Con le parole di D’Errico, “quando i Sapiens entrarono in contatto con i Neanderthal, può essere successo di tutto: condivisioni e scambi, scontri violenti”. Quindi, potremmo dire, conflitti più o meno ritualizzati o regolamentati, ma anche stermini; coesistenza. Il libro si chiama Neanderthal, l’altra umanità. Storie e luoghi, in Italia e non solo. Pubblicato da Espress edizioni, casa editrice che si sta distinguendo per scelte originali e amore per la divulgazione scientifica.
“176 mila anni fa, l’unica specie del genere Homo ad abitare l’Europa e a circolare fra le gole selvagge dell’Aveyron, nei Pirenei francesi, era l’uomo di Neanderthal. Noi, Homo sapiens, eravamo ancora in Africa, culla della nostra e della sua evoluzione, e avevamo la pelle nera.
Un gruppo di Neanderthal, un pugno di individui, entrarono in una grotta, quella di Bruniquel, nei Pirenei francesi. Per farsi luce nel buio fitto hanno acceso lampade di pietra caricate con muschio e midollo preso dalle grandi ossa delle loro prede. Con quel carburante per illuminare, di origine animale, la luce sarà più omogenea e duratura rispetto a una semplice torcia di legno.
Davanti a loro si apre ora un altro mondo, misterioso e immobile, dove ha smesso di fischiare il vento e la temperatura è costante. Troneggiano stalattiti e stalagmiti, tendaggi di calcite, compaiono soffitti aghiformi e colori magnifici, dal giallo all’ocra rossa, dall’arancio al grigio argento.
I neanderthaliani costeggiano piccoli laghi sotterranei, qualcuno si ferma a osservare le impronte o i graffi degli orsi che prima frequentavano la grotta per andare in letargo. Il rumore ovattato dei passi copre il tintinnio delle gocce d’acqua, creatrici nel corso di migliaia d’anni del tripudio di forme di calcite. Gli uomini di Neanderthal, in piccola processione, arrivano in profondità nella grotta, fino a 350 metri, con un compito speciale. Proprio dove si apre una camera naturale lunga 35 metri e larga 25, loro hanno rotto, in altre giornate di attività nella grotta, quattro tonnellate di stalagmiti e con queste creato una sorta di lungo muretto a secco, per descrivere uno spazio circolare di 30 metri quadrati. Per la costruzione utilizzano pezzi di stalagmiti «standardizzati», lunghi circa 30 centimetri, che vanno a prelevare in un’area vicina, dando un secco colpo in punta, perpendicolare al suolo, affinché si rompano trasversalmente, in modo netto. Elementi più lunghi e pesanti vengono appoggiati come contrafforti e alcuni molto più corti inseriti per riempire i vuoti nel muretto con un perfetto incastro.
Ma perché un pugno d’individui, così distanti da noi nel tempo (88 volte quello trascorso dalla nascita di Gesù Cristo a oggi), per di più di un’altra specie (Homo neanderthalensis), costruirono una struttura del genere spingendosi 350 metri dentro una caverna?
È quello che si sono chiesti e continuano a domandarsi i ricercatori ai giorni nostri di fronte a quest’opera stupefacente, la prima costruzione umana che si conosca e nel contempo la più antica testimonianza dell’uso simbolico di uno spazio ipogeo.
Perché una cosa è sicura: la struttura circolare non aveva alcuna utilità pratica. I ricercatori hanno accertato che non era abitativa, non era un’area di macellazione e di focolari domestici, e nemmeno artigianale, per la costruzione di utensili litici o lavorazione di pelli. Quindi la costruzione era molto probabilmente uno spazio rituale.
Non sappiamo per quali riti. E probabilmente non lo sapremo mai. Ma se riconosciamo che anche l’uomo di Neanderthal era una specie culturale, come lo è l’Homo sapiens, l’etnografia ci suggerisce che il cerchio è universalmente lo spazio rituale dei cacciatori raccoglitori, in cui propiziare la caccia o celebrare riti di passaggio, per esempio dall’adolescenza all’età adulta.
Se l’archeologia impone di stare ai fatti, la costruzione di stalagmiti di Bruniquel è comunque la prova provata che anche l’uomo di Neanderthal aveva un pensiero simbolico. E non è un fatto isolato”
Grazie a Espress edizioni per l’anticipazione.







