Fabio Ciconte da anni, con i suoi saggi, sta analizzando alcune conseguenze di un certo modo di intendere e fare agricoltura, che rischia – sostiene- di produrre più costi (sociali, economici, ambientali) che benefici. Ora ha scritto per Einaudi un pamphlet, il cibo è politica, nel quale, con coraggio, discute e mette sotto accusa il mito del consumatore consapevole. Si chiede infatti: se il mito del consumatore consapevole fosse controproducente? Questo perch – spiega- ci siamo concentrati sui comportamenti individuali dimenticandoci delle responsabilità politiche. Una tesi innovativa: abbiamo fatto due chiacchiere
Mi ha colpito molto la tua tesi: se il mito del consumatore consapevole fosse controproducente. Una posizione interessante
Parto da una constatazione: da anni ci sentiamo ripetere che il cambiamento passa dalle nostre scelte individuali, che possiamo “votare con il portafoglio” e che basta essere consumatori consapevoli per rendere il mondo un posto migliore. Ma questa narrativa, pur avendo elementi di verità, rischia di diventare una trappola.
Cioè?
Se tutto viene scaricato sulle spalle del consumatore – che deve essere informato, attento, coerente – si solleva dalla responsabilità chi ha davvero il potere di incidere, come le grandi aziende e le istituzioni. Così il problema viene privatizzato: non è più un problema politico o collettivo, diventa un problema tuo, personale. E se non cambi il mondo con i tuoi acquisti, allora sei tu che hai fallito.
Uno poi si da la colpa del fallimento, dici
Sì, credo che questa retorica sia, in parte, controproducente. Perché ci isola, ci colpevolizza e ci illude che basti scegliere bene al supermercato per cambiare un sistema che, invece, richiede anche regole, lotte sociali e scelte politiche. Insomma: il consumatore consapevole è importante, ma da solo non basta. E continuare a raccontarci che sia l’unico motore del cambiamento rischia di depotenziare proprio quella trasformazione collettiva di cui avremmo bisogno.
Mi fai un esempio, c’è un fatto, un avvenimento qualcosa che in questi anni ti ha convinto che stiamo dando troppa responsabilità al consumatore
Pensa alla carne. Noi sappiamo che i rutti delle vacche sono una delle cause principali emissioni di co2 del settore agricolo, quindi dobbiamo ridurle. Come? in questi anni l’unica risposta che ci siamo dati è “mangiare meno carne” senza che nessuno dicesse invece “produrre meno”. C’è una bella differenza no? anche perché in questi anni la produzione di carne è aumentata.
Sì, in alcuni paesi soprattutto, altri esempi?
Lo spreco alimentare. è vero sprechiamo tantissimo dentro casa e quindi dobbiamo abituarci a sprecare meno. Ma possiamo anche dire che c’è una fortissima induzione al consumo? possiamo dire che i supermercati con le loro offerte ci spingono a sprecare cibo, a considerarlo come qualcosa che non vale niente?
Pensi che per esempio per limitare l’induzione al consumo, bisognerebbe considerare strumenti quali la tassazione? O altri?
Penso che bisognerebbe limitare fortemente le offerte promozionali che rappresentano ancora oggi lo strumento principale con cui i supermercati ci spingono dento i loro negozi inducendoci a fare acquisti incontrollati.
Esempio?
Penso pure cheper evitare lo spreco a monte delle filiere agricole – che è tantissimo – negli scaffali del supermercato dovrebbe essere valorizzata anche la frutta di seconda scelta che invece oggi praticamente non c’è. E questo è un grave davvero per gli agricoltori, per l’ambiente e per le nostre tasche. Il tutto perché c’è questa idea folle che tutto, dalla mela passando per i kiwi, debba essere perfetto. Come se la natura fosse perfetta. Ma questo è un messaggio profondamente sbagliato.
Ti pongo una questione. Sotto la voce spreco va annoverato anche il prodotto che si perde in campo, se hai un attacco parassitario e non raccogli quel prodotto è sprecato. Quella mela bacata è un mela potenzialmente sprecata, che nel giro di poco potrebbe (attaccata da funghi) non arrivare nemmeno sulla tavola. Quindi, domanda, per evitare lo spreco, una produttore ha il dovere di proteggere il suo prodotto?
La maggior parte di questi prodotti non vengono sprecati perché non si fanno trattamenti fitosanitari, ma perché nonostante i trattamenti la GDO prende solo la merce perfetta. Io penso che gli agricoltori abbiano il diritto di difendere le proprie produzioni ma non dimentichiamoci che in molti casi si fanno decine di trattamenti, davvero troppi, che non sono propriamente salutari per nessuno, per l’agricoltore, per l’ambiente e per chi la mangia.
Torniamo alla questione centrale del tuo libro: il grande equivoco del consumatore responsabile: come siamo arrivati a creare questo equivoco?
Negli anni 90, accanto alla grande tenacia del consumo consapevole erano cresciuti dei versi movimenti, associazioni, realtà sociali che si batteva per un mondo migliore. Si era parte di una grande collettività. Finita quella fase storica è rimasto solo il consumo consapevole che, però è diventato solo un atto individuale, solitario. E non per tutti. E quindi ora viviamo nella frustrazione di voler fare un acquisto consapevole ma con la consapevolezza di non potercelo permettere.
Immagini degli strumenti legislativi che riportano la questione sul piano politico? Se sì quali?
la prima questione su cui è necessario intervenire con urgenza sono i salari. è una gigantesca questione sociale su cui mettere mano urgentemente. E poi c’è il tema del lavoro. Da questo punto di vista il referendum dell’8 e 9 giugno è un passo cruciale.
E poi?
E poi c’è da rivedere il giusto prezzo per gli agricoltori. Ma è davvero possibile che gli agricoltori debbano vendere in perdita mentre i supermercati trattengono buona parte della catena del valore?
Vuoi concludere con un appello.
Questo libro è un invito a uscire dall’individualismo, da quel senso di solitudine del consumatore che vorrebbe fare acquisti consapevoli ma è consapevole di non poterseli permettere. E’ un invito a smettere di definirci consumatori ma, al contrario, di tornare a essere cittadine e cittadini, parte di una collettività.








