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Home Lezioni Private

La transizione è complessa ma conviene

da Antonio Pascale
09/07/2026
in Lezioni Private
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Due chiacchiere, ma molto esaustive, con Simone Mori che insegna Management della Transizione Energetica alla Luiss. Si occupa di energia e clima a livello internazionale da oltre 30 anni. 

Dunque, parliamo di transizione energetica, che tanto fondamentale quanto complicata. Di recente sul foglio è uscito articolo (tra l’altro a mia firma) che parlava della quantità di materie prime necessarie per costruire impianto fotovoltaico di un giga. So che hai un appunto da fare.

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Di appunti ne avevo in realtà più di uno. Eviterei qui di addentrarmi in una discussione sui numeri citati, a mio giudizio drammatizzati in quanto riflettono situazioni estreme e tecnologie meno efficienti di quelle attuali, che richiedono quantità di materie prime molto inferiori. Mi concentrerei, invece, sul messaggio principale dell’articolo, ovvero che la transizione energetica non è un processo salvifico e indolore ma una delle più complesse sfide sistemiche del nostro tempo, con impatti su tecnologie, modelli industriali e dinamiche geopolitiche. 

Spiega

Si tratta di una affermazione ovviamente condivisibile, ma che rischia di essere fuorviante, come dimostra la scelta del titolista di parlare di “bluff dell’arcobaleno”: evidenziare i problemi della transizione omettendo i rischi degli scenari alternativi va a favore di uno status quo che, per l’Europa ma soprattutto per l’Italia, significa costi energetici insostenibili e dipendenza dalle importazioni di gas – da Russia, USA, Hormuz o Nord Africa. 

Il bluff faceva riferimento a una certa facilità narrativa con cui viene raccontata la transizione, senza mai considerare la materia necessaria alla transizione, che appunto, viene dalla miniera, ma continua.

Si vero, e sono convinto che la narrazione idilliaca cui a volte si è indugiato abbia danneggiato la transizione energetica. Ma chi parla di bluff porta acqua ad un argomento, a mio giudizio sbagliato, secondo cui rinnovabili ed elettrificazione dei trasporti sostituirebbero dipendenza con dipendenza, danno ambientale con danno ambientale. Inoltre, l’articolo non tocca il tema, fondamentale, di come affrontare la scarsità di minerali critici. Petrolio e gas vengono consumati una sola volta e, una volta utilizzati, diventano emissioni. I materiali che si utilizzano per costruire un pannello fotovoltaico o una batteria possono invece essere recuperati, riciclati e reimmessi nei processi produttivi. E questo è un settore industriale nel quale le potenzialità di sviluppo sono enormi e ancora largamente inesplorate.

Oh, senti prima di affrontare argomento riciclo e nuove tecnologie, facciamo un riassunto dello stato dell’arte? Oggi l’energia in Italia da quali fonte arriva?

Partiamo dalla fotografia: se guardiamo alle fonti di energia utilizzate da cittadini e imprese italiane, l’Italia, da sempre, ha un mix energetico sbilanciato a favore dei combustibili fossili. Questo, in particolare, perché usiamo molto gas naturale per riscaldarci e cucinare e, soprattutto, per produrre energia elettrica. Ad esempio, mentre in Europa il gas copre in media circa il 20 per cento dei consumi complessivi, da noi siamo oltre il 35 per cento. Questa dipendenza, che ha ragioni antiche, è andata addirittura peggiorando.

Racconta il peggioramento.

Se confrontiamo la situazione attuale con il 2014, anno in cui, con l’invasione della Crimea, possiamo far risalire l’inizio dell’attuale “età del caos”, non siamo riusciti a ridurre il ricorso al gas, che nel settore elettrico è addirittura aumentato da circa un terzo alla metà della domanda, nonostante i grandi investimenti realizzati negli ultimi anni in fonti rinnovabili e l’evidente necessità a ridurre la dipendenza. Un paradosso che ha conseguenze pesanti, con prezzi più elevati e imprevedibili e con maggiori difficoltà nel garantire la sicurezza delle forniture quando si accendono focolai di crisi. 

Come mai nonostante gli investimenti nelle rinnovabili subiamo ancora il paradosso?

Negli ultimi anni le fonti rinnovabili hanno assorbito il 90 per cento dei nuovi investimenti in produzione di elettricità, con conseguenze importanti: nel 2025 abbiamo prodotto con le “nuove fonti rinnovabili”, sole e vento, quasi l’80 per cento in più di quanto non avessimo fatto nel 2014. Ciò nonostante, le nuove rinnovabili coprono un quarto della domanda elettrica, un livello inferiore alla media europea e molto inferiore a quanto avviene nei paesi nei quali tali fonti sono cresciute in modo più rapido, in primis la Spagna. 

Quindi tale incremento, però, non è bastato a compensare la sostanziale uscita dell’Italia dal carbone?

Il carbone è passato in questi anni a meno dell’1 per cento della produzione. Capiamoci, la sostituzione del carbone con il gas è un’ottima notizia dal punto di vista ambientale, ed è una conseguenza del vituperato meccanismo dell’Emissions Trading Scheme europeo, che impone alle centrali (e agli stabilimenti industriali) di pagare per la CO2 emessa. Ma l’effetto sul mix è quello che vediamo: ulteriore incremento della dipendenza dal gas. Un altro grande paese, la Germania ha seguito un percorso simile, peggiorato ulteriormente dalla decisione scellerata di chiudere le centrali nucleari in piena crisi ucraina, rinunciando ad una fonte decarbonizzata e scorrelata dai prezzi del gas di cui noi, come noto, non disponiamo.

A proposito di gas, questa fonte influenza i prezzi dell’elettricità anche quando è prodotta da fonti rinnovabili. 

Vero in parte. La maggioranza dei nuovi investimenti in fonti rinnovabili vengono realizzati attraverso contratti di lunga durata a prezzi fissi, sottoscritti con operatori industriali o, in parte prevalente, con il Gse, un soggetto pubblico che bandisce le aste e funge da controparte. Ma è vero che le centrali rinnovabili che non sono coperte da contratti a prezzo fisso “prendono” il prezzo che emerge nel mercato all’ingrosso e che in Italia, per la ragione che vedevamo prima, è fissato in prevalenza dal gas. Del resto, questo meccanismo di prezzatura dell’energia, che è comune a tutti i paesi europei e a quasi tutti i mercati liberalizzati nel mondo, è l’applicazione nel mercato elettrico del principio che trovi nei libri di Economia 1, ovvero che il “prezzo di equilibrio è determinato dall’ultima unità di offerta necessaria a soddisfare la domanda”. 

E’ difficile discutere di questi temi in Italia…

Vero. Se in Italia siamo ossessionati da questo tema, che governi di diversi colori tendono ad affrontare con una logica redistributiva rischiando di incorrere nelle ire di Bruxelles, è a causa della maggiore incidenza del gas e, quindi, del maggior numero di ore in cui questo fa il prezzo rispetto al resto d’Europa. Al di là dei marchingegni regolatori di cui tanto si parla, la soluzione sana a questo problema sta nell’accelerare con gli investimenti in fonti rinnovabili, sia attraverso la concorrenza per il mercato attraverso aste pubbliche sia favorendo l’incrocio fra domanda e offerta. 

Prima hai detto che abbiamo investito molto in rinnovabili ma con risultati inferiori a quelli della Spagna, una curiosità, c’entra l’orografia del territorio? Ci sono limiti fisici alle rinnovabili, parlo di solare ed eolico.

Sicuramente l’orografia ha un ruolo: realizzare grandi impianti rinnovabili nelle pianure semidesertiche dell’Estremadura è più semplice che a due passi dalla rupe di Orvieto. Ma ciò non basta a spiegare la differenza. L’amministrazione spagnola è più coerente nelle decisioni e più rispettosa degli impegni temporali assunti. Non voglio cominciare con la solita lamentatio, ma vi sono diversi elementi oggettivi. 

Vai, lamentati…

La disastrosa riforma del Titolo V della Costituzione, che ha spalmato i poteri di decisione sull’energia fra Stato e amministrazione locale, determina una governance confusa e conflittuale. La politica locale assume spesso posizioni anti-industriali, peraltro in modo bipartisan, con governatori fieramente ambientalisti che alzano gli scudi appena pale e pannelli arrivano a casa loro. Le esigenze, giustissime, di tutela del paesaggio e del territorio diventano opposizione sistematica e acritica da parte delle sovrintendenze. Per non parlare della cronica carenza di risorse che affligge la Commissione VIA e che comporta tempi enormi anche per approvare progetti privi di particolari criticità.

C’è un paradosso in vista?

Il paradosso è che le norme che in Italia disciplinano i processi autorizzativi sono migliorate notevolmente nel tempo fino a diventare, a detta degli operatori, fra le più avanzate in Europa. Ma il problema, come abbiamo visto, sta nella loro applicazione pratica che genera grande incertezza e, di conseguenza, un elevato tasso di mortalità dei progetti presentati.

Senti domanda carogna, ma c’è un numero realistico che possiamo scrivere proposito di fotovoltaico? Una via di mezzo tra quelli che sono contrari al fotovoltaico e quelli che vogliono solo il fotovoltaico?

Trovo inutili e tediose le discussioni su benefici e costi del mondo solo rinnovabile. Perdiamo tempo a capire come potremmo essere fra più di vent’anni quando le decisioni da prendere oggi o domattina sono ovvie, ovvero autorizzare impianti, procedere con le aste per la nuova capacità e far decollare il mercato dei contratti di lungo termine, sperando che il meccanismo introdotto dal Decreto Bollette, che prevede l’intermediazione del Gse, riesca finalmente a dare una spinta alla contrattazione fra produttori e consumatori. Vedila così: ogni MWh di fotovoltaico prodotto grazie alle ultime aste costerà ai consumatori 56 euro a fronte di un prezzo medio del mercato nel 2026 di quasi 130 euro: mi occuperei di questo, lasciando ad accademici e ideologhi prevedere se nel 2050 il limite per le rinnovabili sia il 75 o il 99 per cento della domanda. 

Guardando più vicino a noi, alle scadenze che contano per chi investe e chi fa le regole, penso che l’aumento di circa l’80 per cento della capacità fotovoltaica rispetto agli attuali 45 GW previsti dal Piano Nazionale Energia e Clima entro il 2030 sia chiaramente alla portata, e che vi siano ulteriori margini significativi per arrivare a superare i 100 GW in tempi ragionevoli, con un uso intelligente del territorio e l’applicazione delle migliori tecnologie – impianti, batterie e reti.

Quindi nella sostanza ce la possiamo fare, senti tralasciamo i materiali che necessitano per avviare la necessaria transizione verde e con essi un approccio geopolitico tu (insieme a Alfredo Macchiati) hai scritto un bel libro, Il falso dilemma · La transizione energetica europea tra ambiente e competitività (Luiss).  

Il falso dilemma di cui parliamo nel libro è quello fra clima e industria. Pensiamo che vi sia una pericolosa polarizzazione fra due fronti che fanno fatica a confrontarsi nel merito.

Proviamo a sciogliere dilemma

Da una parte, c’è chi promuove la decarbonizzazione tendendo ad ometterne gli aspetti problematici. Dall’altra, chi attribuisce alle politiche climatiche la perdita di competitività europea nello scacchiere globale. È una narrazione di facile presa, ma purtroppo illusoria e pericolosa. 

Illusoria perché?

Illusoria in quanto, se fosse vero, basterebbe cambiare il modo di pensare dei “burocrati” di Bruxelles per riportare l’economia europea sulla linea di competitività dei nostri concorrenti. Pericolosa, perché offre un alibi a scelte di conservazione che rischiano di allontanarci dalla frontiera dell’innovazione tecnologica ed industriale. 

Senti, io giro in monopattino, che n’è dell’auto elettrica?

In questo settore abbiamo perso anni in discussioni abbastanza futili sui target attribuendo una crisi che ha caratteristiche strutturali e globali a decisioni, peraltro a mio giudizio discutibili, della Commissione Europea. Nel frattempo, mentre noi facevamo convegnistica, in Cina la tecnologia avanzava in modo straordinario, rispondendo alle esigenze di ridurre l’inquinamento nelle loro megalopoli e di contenere la dipendenza dai fossili, ed oggi il nostro settore automotive si trova in una condizione di ritardo, temo difficilmente colmabile, nei segmenti più avanzati della mobilità elettrica. 

Difficilmente colmabile, dici?

Tendiamo a pensare che l’elettrificazione dei trasporti sia una conseguenza di scelte politiche e perdiamo di vista la vera questione: l’esplosione di un enorme mercato globale guidato dalle scelte dei consumatori, che sempre di più scelgono una auto elettrica per le sue qualità, perché va meglio e costa meno. Proprio ieri mi è capitato davanti agli occhi un dato impressionante: nel 2025 i veicoli elettrici, nel mondo, hanno spiazzato consumi di petrolio equivalenti a quelli della Germania, e il valore cresce di un terzo ogni anno. E le conseguenze di questo processo sono enormi anche dal punto di vista della geopolitica. Javier Blas, un opinionista di Bloomberg, ritiene che la riduzione della domanda di petrolio in Cina nel settore dei trasporti grazie alla transizione all’elettrico abbia avuto un ruolo fondamentale nel contenere le tensioni sui mercati globali dopo la chiusura dello stretto di Hormuz.

In Italia Stellantis ha investito molto, senza buoni risultati.

Mi concentrerei su quello che Stellantis sta facendo ora: un investimento consistente in Aragona, in cooperazione con un player cinese che porta il know how tecnologico necessario, per produrre batterie a basso costo adatte a un mercato di massa. Ed ha scelto di andare in Spagna dove ritiene di aver trovato condizioni migliori, anche dal punto di vista dell’accesso a energia rinnovabile a basso costo. 

Altri esempi?

Un altro esempio illuminante è quello che riguarda l’ETS, e su cui il governo italiano è molto attivo. Abbiamo studiato il tema abbastanza in profondità: la conclusione cui siamo giunti è che, al di là della già citata marginalizzazione del carbone, l’ETS ha avuto sul settore manifatturiero europeo in aggregato un impatto assolutamente modesto, probabilmente irrilevante al netto di alcuni casi molto specifici. 

Mi fai esempio pratico?

Le industrie manifatturiere sono state inondate nel tempo di un enorme quantità di quote gratuite, in aggregato molto superiori alle loro emissioni. Per queste aziende, quindi, l’ETS è stato più una forma di sussidio che un disincentivo a emettere. Con buona pace, quindi, di chi attribuisce a questa misura effetti devastanti sull’industria che, ripeto, non emergono da nessuna analisi scientifica. Ma anche a dispetto di chi, dalle parti di Bruxelles, attribuisce all’ETS tutti i meriti di una decarbonizzazione che, a parte l’uscita dal carbone, ha avuto cause molto diverse, dallo sviluppo di fonti rinnovabili incentivate a fenomeni di deindustrializzazione manifatturiera dovuti alle dinamiche dei mercati globali. 

Ad oggi la dipendenza dai fossili per la produzione di quelli che Vclav Smil chiama i quattro pilastri della civiltà, e cioè acciaio, ammoniaca, cemento e plastica è ancora molto alta. A che punto è l’innovazione per questi settori?

La decarbonizzazione dei settori cosiddetti “hard to abate”, ovvero quelli che, a causa delle caratteristiche dei loro processi industriali e delle alte temperature richieste non si prestano alla sostituzione dei fossili con elettricità a zero emissioni (rinnovabili o nucleare), non sarà un percorso semplice. Ma c’è moltissimo che si può fare, da una parte per rendere questi processi sempre più efficienti grazie al miglioramento continuo, dall’altra accelerando l’elettrificazione diretta dei tanti settori per i quali questo passaggio può essere economicamente competitivo fin d’ora, dall’agroalimentare al cartario alla chimica a bassa temperatura. 

Senti torniamo all’inizio, i materiali cruciali per la transizione?

Ci sono poi enormi margini di intervento sugli altri componenti cruciali della nostra civiltà tecnologica, che vanno oltre ai quattro di cui parla Smil. Basti pensare ai principali elementi chiave per la transizione energetica, quali Litio, Nichel, Cobalto, Rame o Alluminio. A parte il rilancio delle attività estrattive, sicuramente problematico in Europa, la Commissione, con il Critical Raw Material Act, si è posta l’obiettivo di recuperare almeno il 15 per cento dei materiali necessari alla transizione supportando iniziative industriali in questo settore. E fra i progetti che l’Europa ha insignito della qualifica di Strategico non vi sono solo grandi multinazionali, ma anche imprese italiane con forte vocazione tecnologica, quali ad esempio Itelyum, che ricicla terre rare dai magneti vicino a Frosinone, o Circular Materials, che ha sviluppato a Padova una tecnologia per il recupero di metalli dai reflui industriali. Progetti, peraltro, che stanno beneficiando di un impegno intenso e continuo non solo da parte dell’Europa ma anche delle istituzioni italiane, in particolare da MASE e MIMIT. Quello della circolarità è un mondo di cui cominciamo solo ora ad intravedere le potenzialità, ma che avrà sicuramente un ruolo crescente nel prossimo futuro. Il riciclo, oltre a ridurre le emissioni rispetto alla produzione primaria, permette di valorizzare l’enorme “urban mine” già presente in Europa. Inoltre, produrre materie prime da fonti secondarie consente un risparmio di circa l’80% di emissioni in meno rispetto a quelli prodotti da attività mineraria.

Allora, per concludere, io la metterei così, la transizione è conveniente (ovviamente è necessaria) ma non è un pranzo di gala, quali sono secondo te le questioni critiche da risolvere e che magari facciamo fatica a vedere e gli strumenti che invece per pigrizia non siamo abituati a considerare?

Credo che il punto debole non sia tanto in quello che è stato fatto – spingere le fonti rinnovabili, promuovere l’efficienza energetica e la decarbonizzazione di trasporti e industria – ma in quello che è mancato: la carenza di risorse comuni e di politiche attive che hanno reso finora irrealizzabili le ambizioni di sviluppo di filiere europee in molti settori green. 

Quindi, che facciamo?

Innanzi tutto, concentrare sforzi e risorse finanziarie – per quanto possibile europee, come chiede anche Mario Draghi nel suo rapporto – sui segmenti nei quali abbiamo ancora la possibilità di giocare un ruolo industriale. Non ha senso richiamare anacronistici modelli di autarchia, ma è necessario concentrarsi sulle dimensioni realmente strategiche, sull’innovazione e sulla capacità di portare le idee a maturità industriale. Troppo spesso il concetto di politica industriale è stato sinonimo di interventi protettivi o sussidi a pioggia, anche in settori non particolarmente competitivi, anziché di supporto a chi innova per competere nei settori più avanzati ed emergenti.

L’accesso alle risorse minerarie critiche e la necessaria diversificazione delle fonti di approvvigionamento imporrebbero, poi, di aumentare la capacità di proiezione internazionale dell’Europa, oggi del tutto inadeguata anche a causa delle gelosie e degli egoismi dei singoli paesi che mai delegherebbero poteri di rappresentanza internazionale a Bruxelles. Ma questa, forse, è un’altra idea di Europa. Ne parliamo, magari, alla prossima intervista. 

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