Siamo sempre attenti alle condizioni di lavoro di chi raccoglie i prodotti, quegli stessi prodotti che poi elogiamo come tipici e frutto del genio italico. Dunque ricordiamo di quei braccianti che non solo vivono ai margini dei campi, invisibili ai più, sfruttati da organizzazioni criminali (non solo italiane), ma (quei braccianti) sono anche morti mentre raccoglievano vari ortaggi nelle nostre campagne, perché spesso hanno lavorato sotto temperature proibitive, e che tuttavia quelle morti quasi sempre sono state rubricate sotto un generico malore, perché il caldo compare raramente sul certificato di morte. Insomma per ricordare tutto questo e parlare di agricoltura non sempre come un piacevole banchetto di paese, oggi come migliore articolo della settimana vi proponiamo quello di Luca Carra, direttore di Scienza in rete che ragiona sul lavoro all’aperto, quindi anche quello bracciantile. Una dimensione che in Italia resta tra le più esposte e meno tutelate. In Italia ogni anno migliaia di infortuni sono attribuibili alle alte temperature, e ogni estate porta con sé la conta dei braccianti e degli operai morti sotto il sole. Certo, qualcosa si muove: ordinanze regionali, un protocollo nazionale, una piattaforma di previsione del rischio che funziona. Ma in Italia la prevenzione resta a macchia di leopardo e senza una legge che la renda obbligatoria ovunque.







