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Home Lezioni Private

 L’importanza dell’alfabetizzazione  (pure quella serale)

da Antonio Pascale
05/11/2025
in Lezioni Private
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La professoressa Jessica Iovane svolge un bellissimo lavoro di cui è giustamente molto orgogliosa, insegna ed è referente di un corso all’istituto serale Francesco Giordani di Caserta. Anche per ribadire che non è mai troppo tardi, abbiamo fatto due chiacchiere.

Cominciamo dall’abc, cos’è un serale e in genere, chi lo frequenta?

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La storia dei corsi serali in Italia affonda le radici nella necessità di alfabetizzazione di una popolazione in gran parte esclusa dall’istruzione diurna. Inizialmente, queste scuole nacquero per rispondere ai bisogni di una società prevalentemente agricola e operaia, nella quale bambini, ragazzi e adulti dovevano lavorare dall’alba al tramonto. Nelle campagne e nei primi centri industriali, l’istruzione era preclusa a chi doveva contribuire al sostentamento familiare. Le scuole serali, spesso promosse da associazioni, enti religiosi o privati filantropi, si tenevano al calar del sole, dopo la lunga giornata lavorativa. L’obiettivo principale era imparare a leggere, scrivere e ‘far di conto ’. Per un contadino o un operaio, acquisire queste competenze rappresentava un piccolo ma fondamentale passo verso l’emancipazione, migliorando la capacità di gestire affari, comprendere leggi o semplicemente comunicare. L’istruzione non era più un lusso, ma un diritto. Con il graduale superamento dell’analfabetismo di massa, i corsi serali si sono sempre più evoluti. Oggi l’istruzione per gli adulti si inserisce nel quadro dell’apprendimento permanete, riconoscendo che l’educazione è un processo continuo necessario per la riqualificazione professionale e la piena partecipazione civica.

Oggi?

Un corso serale oggi si svolge tipicamente nel tardo pomeriggio o in orario serale, come suggerisce il nome, ed offre la possibilità di conseguire un titolo di studio di scuola secondaria, sia di primo che di secondo grado. È un percorso di studi parallelo e paritario a quello diurno, concepito per la formazione degli adulti, generalmente a partire dai diciotto anni. È parte del sistema pubblico d’istruzione, ma raccoglie storie differenti.

Per esempio?

Quelle di chi sceglie di ricominciare, di rimettersi in gioco, di credere che “non è mai troppo tardi” per imparare, crescere, migliorarsi. Potremmo definirlo uno spazio di rinascita, di incontro e di speranza. Tra i nostri banchi siedono persone diverse, per età, provenienza e vissuto. Si possono incontrare adulti lavoratori, a tempo pieno o parziale, che, con un grande sacrificio, scelgono di tornare a scuola per migliorare la propria posizione professionale o, anche solo, per concludere un percorso  abbandonato in gioventù. Ci sono gli adulti in cerca di riqualificazione. Sono quelli che hanno perso il lavoro, ma anche quelli che vorrebbero cambiare settore ed hanno bisogno del diploma per accedere a concorsi, percorsi universitari o nuove opportunità di carriera. Non mancano le persone che hanno dovuto interrompere gli studi per dedicarsi alla famiglia, soprattutto donne, ed ora trovano finalmente il tempo e la motivazione per dedicarsi alla propria vita. 

Giovani?

Non sono pochi i giovani che hanno lasciato gli studi, perché non hanno trovato un ambiente adatto tra i coetanei, perché non sono riusciti ad emergere, a trovare la spinta per continuare. Pensa che in Campania, per contrastare la dispersione scolastica, il limite d’età per iscriversi al serale è sceso a sedici anni. Poi ci sono i ragazzi e gli adulti stranieri, costretti a lasciare le proprie famiglie e le proprie case, che fanno due o tre lavori per sopravvivere e mandare soldi ai propri cari, e cercano, attraverso la scuola, una strada per emanciparsi. Frequentano per conseguire un titolo riconosciuto che faciliti in qualche modo il difficile processo d’integrazione sociale e lavorativa nel nostro Paese. – per includere anche queste storie, la Dott.ssa Antonella Serpico, Dirigente Scolastica dell’I.I.S. “Francesco Giordani” di Caserta, l’istituto nel quale lavoro, diversi anni fa, ha fortemente voluto anche il corso serale, seguendo una visione orientata all’innovazione didattica, all’apertura verso l’esterno, al territorio. La nostra è una delle istituzioni più complesse della provincia: accoglie l’utenza giovanile diurna e i percorsi dell’istruzione per adulti. Lo snodo tra la scuola e il contesto produttivo locale avviene costantemente attraverso convenzioni, stage e percorsi di Formazione Scuola-Lavoro (FSL). 

Senti, fatti i conti c’è una storia comune?

Certo, tutti sono uniti da un filo invisibile: la dignità e il desiderio di riscatto. In virtù di tutto ciò, le scuole serali sono tenute a offrire percorsi flessibili e personalizzati, che provano a rispettare i tempi della vita reale, valorizzando le esperienze pregresse e riconoscendo il valore di ogni apprendimento, formale e informale, facendo grande attenzione alle esigenze di chi ha già un bagaglio di competenze e responsabilità. Il principio è quello del diritto all’istruzione permanente, il lifelong learning.  Questo percorso è un importantissimo strumento di inclusione sociale, durante il quale l’apprendimento non è un obbligo, ma una conquista personale molto sentita.

A proposito di dignità e desiderio di riscatto, c’è qualche caso particolare che ti ha colpito?

Sì, ne ricordo diversi. E ciascuno mi ha insegnato qualcosa. Perché la prima cosa che impari approcciandoti ad un’utenza così eterogenea è che devi entrare in punta di piedi in classe, abbandonando ogni rigida struttura. Devi metterti in ascolto e creare un linguaggio universale, perché dietro la ricerca di quel titolo, ci sono tante stanze di cristallo. Ho accompagnato al diploma, con i miei colleghi, più di un ragazzo che aveva vissuto una condizione di forte, prolungato, isolamento. Uno in particolare, aveva abbandonato la scuola superiore tradizionale a causa dell’ansia e della difficoltà a sostenere la pressione sociale e relazionale. 

Cioè?

Inizialmente stentava a trattenersi in aula e faticava a interagire con i docenti e i compagni. Ma, pian piano, grazie al clima accogliente e non giudicante ha iniziato a riaprirsi, a fidarsi. È stato un cammino lento, fatto di piccoli passi. Con i primi lavori di gruppo, è arrivata la prima verifica consegnata con orgoglio. Ha conseguito il diploma brillantemente. Ricordo ancora la sua emozione il giorno del colloquio orale. È stato commovente. Per molti, tornare a studiare significa riconciliarsi con sé stessi, ricucire una frattura con la scuola e con la società, chiudere un cerchio doloroso. Si finisce per diventare una piccola famiglia. Una famiglia aperta. 

Altri ricordi?

Ricorderò sempre una mia studentessa, laureata, ne abbiamo diversi, costretta dopo la separazione a lasciare la libera professione. Ha riscritto con noi il suo percorso. Oggi è diventata una collega. E poi tante e tante altre donne meravigliose, alle quali, con la nostra dirigente, siamo sempre attentissimi e vicinissimi. A tal proposito, mi sento di preannunciare, con grandissima soddisfazione, la nascita del nuovo indirizzo: ‘Sistema Moda’. 

Accogliamo l’entusiasmo…

Non posso infine non raccontare dei nostri ragazzi stranieri. Molti arrivano qui e parlano fluentemente almeno tre lingue. Hanno affrontato il deserto, la Libia e poi, infine, il mare. A sedici anni, spesso senza che i genitori ne fossero al corrente. Finiscono in strutture di accoglienza, dalle quali devono uscire al compimento della maggiore età. Lavorano e frequentano più che possono. Negli anni hanno ottenuto la cittadinanza ed un lavoro stabile, grazie al titolo conseguito.

A proposito di immigrazione, piccola digressione, hai mai chiesto cosa hanno subito durante il viaggio e se per esempio erano a conoscenza dei pericoli?

Sono riuscita a chiedere, con molto garbo, sempre alla fine del nostro percorso. Molti non riescono a descrivere ciò che hanno vissuto. Temono il pregiudizio. Sento che il linguaggio è insufficiente a esprimere l’orrore del viaggio, che è un trauma. Raccontare significa rivivere e rivivere è doloroso. Per questo, spesso le loro storie emergono solo frammentariamente. Il viaggio dei migranti africani verso l’Europa è, il più delle volte, un percorso di estrema sofferenza, segnato da violenza, privazioni e distacchi. Molti partono dall’Africa subsahariana spinti dalla povertà e dai conflitti, attraversano il deserto del Sahara, che rappresenta una delle tappe più pericolose del viaggio. Il deserto è un luogo di morte. Si patiscono sete, caldo estremo e poi c’è la mancanza di orientamento. I migranti viaggiano ammassati su camion sovraccarichi, affidati a trafficanti che spesso li abbandonano a metà strada. Chi sopravvive, arriva in Libia in condizioni di estrema debolezza fisica e psicologica. Vengono rinchiusi in centri di detenzione ufficiali o informali, gestiti da milizie e da contrabbandieri di esseri umani. Lì subiscono violenze sistematiche, torture, stupri, lavori forzati, estorsioni e privazioni di ogni tipo. La disumanizzazione è totale. Corpo e dignità sono ridotti a merce di scambio. In pochi riescono a imbarcarsi verso l’Europa, affrontando il mare, affidando ogni risparmio a scafisti senza scrupoli. Il resto lo apprendiamo spesso dai media. I miei ragazzi hanno vissuto lo stress post traumatico per aver visto naufragare il barcone vicino, per essere stati tratti in salvo in mare, di notte, feriti e stremati. Mi hanno raccontato di incubi ricorrenti. A sedici, diciassette anni, lontano dai genitori. Per fortuna, accolti in case famiglia, sono riusciti a lavorare e studiare. Oggi lavorano stabilmente qui a Caserta e si distinguono per educazione e serietà.

L’alfabetizzazione ci ha fatto fare grandi passi in avanti, ora forse abbiamo il problema contrario, troppa informazione poca capacità e voglia di analizzare. Dal tuo punto di vista, senti questo problema?

Sì, lo sento eccome e lo vedo ogni giorno in classe. L’alfabetizzazione ci ha dato strumenti potentissimi. La possibilità di comunicare, di capire, di partecipare. Pur essendo sommersi da parole, immagini, notizie, post, notifiche, spesso manca il tempo di soffermarsi ad approfondire i contenuti. Molti studenti leggono ma in modo superficiale e disorganizzato. È come se “scrollassero” passivamente contenuti, senza “sviscerare” davvero quello che incontrano. E questo vale per tutti, non solo per i giovani. Anche gli adulti, spesso, faticano a concentrarsi su un testo lungo o complesso, ma hanno una forte motivazione e volontà nel capire. Al serale, dove la didattica è personalizzata, lavoro tantissimo sul come leggere, rallentare, farsi domande, non fidarsi della prima impressione, sul confronto tra le fonti, che devono essere attendibili. È un lavoro lento, ma bellissimo, perché quando uno studente riscopre il piacere di entrare realmente in un testo, anche breve, attiva il proprio spirito critico. Costruiamo insieme consapevolezza e capacità di analisi, “rubando” il tempo, la curiosità e, talvolta, un po’ di silenzio per riflettere e poi commentare.

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