L’autrice islandese Auður Ava Ólafsdóttir, con il suo ultimo libro, Eden (in Italia per Einaudi), ci porta di nuovo nella sua isola vulcanica, questa volta in uno scenario piuttosto preciso: siamo nella fase finale, ma manca ancora parecchio alla fine, cosa possiamo fare in questo tempo che ci rimane?
La protagonista, Alba, è una linguista specializzata negli idiomi che stanno scomparendo. Nel mondo oggi ci sono circa 6mila lingue, ci dice, e ogni venerdì ne muore una. Poi c’è il cambiamento climatico che sta provocando la fine della natura.
A certo punto Alba, che insegna all’università, vende la sua casa in città e ne acquista una fuori mano con un grande terreno, dove inizia a lavorare la terra, piantare betulle, coltivare un suo orto. Si inserisce nella comunità locale, che si rivela piena di vita, interessi e attività. Tra gli altri conosce un giovane rifugiato, verso il quale prende vita un rapporto di accudimento. La storia finisce, come nelle migliori opere, semplicemente con uno sguardo, consapevole quanto smarrito, sull’ignoto che verrà (l’autrice conosce bene Čechov, lo cita). Quello che sugella Ava Ólafsdóttir a esempio di scrittura matura e moderna, è la costruzione. C’è uno svelamento non progressivo bensì tardivo degli eventi: l’autrice non si mette certo a spiegarci il perché delle cose che accadono, ci lascia da soli a origliare la storia raccontata, e, non prima della metà del libro, ci svela qualcosa di fondamentale. Poi il personaggio principale ha due caratteristiche uniche. La prima: sembra rimanere impassibile a tutto. Non solo non troviamo quelle deprimenti didascalie “mi sono sentita…”, “ho pensato…”, “per me questo significava…”, ma la maggior parte delle volte Alba neanche risponde a quanto le viene detto. Lei ascolta. E’ un registratore, non come quello della Trilogia dell’ascolto di Rachel Cusk, che per abbattere la dimensione snob e borghese della letteratura ha purtroppo abbattuto anche gli aspetti interessanti delle storie: qui le voci che la protagonista “registra” sono quelle che ci raccontano quasi tutto di lei, cosa ha fatto, non ha fatto, ha detto. La narrazione, se pur in prima persona della protagonista, è di fatto condotta da terze persone che la osservano dal di fuori. Questa seconda caratteristica (il personaggio raccontato) non è solo un meccanismo formale che qui funziona bene perché crea l’inaspettato, ma è anche una visione dell’io: l’io non è protagonista, non controlla le cose, è estraneo al mondo e a sé stesso; l’io osserva, riflette su quanto accade e fa dei tentativi per azzeccare le mosse. Ecco che subentra un altro elemento caro a Ava Ólafsdóttir: il conflitto tra razionalità e corpo, che genera caos e il paradosso (pensiamo al finale di Miss Island). La protagonista di Eden fa una scelta di cui non potrà governare le conseguenze, così come non può governare la fine della lingua e della natura. Ma nel tempo che ancora c’è a disposizione fa tutto quello che può fare, con un certo ottimismo.








