Per l’essere umano, il cibo e l’atto di mangiare non rispondono solo al bisogno fisiologico di nutrire il proprio corpo. Come più discipline ci raccontano, il cibo è cultura. E, come ogni cultura, contiene regole e significati, e quindi, nel tempo, anche i tentativi di superare entrambi.
Il sociologo Vanni Codeluppi, nel suo recente saggio Il primo libro di sociologia dei consumi (Einaudi, 2025) dedica un capitolo proprio a quei prodotti di consumo che sono gli alimenti.
Passando in rassegna teorie del semiologo Roland Barthes, l’antropologo Claude Lévi’s-Strauss, l’antropologa Mary Douglas e altri studiosi ancora, ci racconta come il cibo abbia cambiato significato nel corso del tempo.
Innanzitutto, le regole significano tabù, cosa non mangiare (i nostri simili, per esempio), cosa va trattato, addomesticato per essere mangiato (crudo no, cotto sì). Per Lévi’s-Strauss questa è già una contrapposizione tra cultura e natura, per esempio, e quindi il segno di mutamenti che tra l’altro hanno contribuito a strutturare le differenze sociali tra gli individui, la costruzione di gruppi sociali, inclusione o esclusione.
Secondo Codeluppi, il contenuto di significato simbolico del cibo – e quindi i messaggi che esso contiene e diffonde – è cresciuto fortemente con la trasformazione industriale, e ha sottratto sempre più importanza al contenuto e significato nutrizionale. Ecco che le regole, i significati tradizionali (buono cattivo per esempio) saltano. Lo studioso francese Claude Fisher ha chiamato questo fenomeno “gastro-anomia”, ovvero assenza di regole nella gastronomia. Regole di comportamento, di significato. Anche qui la tensione è quella verso una maggiore libertà.
Questo senso di rottura delle regole e godimento di una libertà anche nell’atto di mangiare, ha iniziato a vivere una bella stagione con l’esplosione del fenomeno del mangiare fuori casa. Anche qui ci sono diverse direzioni.
McDonalds’ in questo senso è stata un’apoteosi: non più menu’ tradizionali, non più forchetta e coltello, ma il panino morbido con la carne e le patatine, un unico piatto con tutti gli elementi nutrizionali insieme, in cui tutti i sapori si mischiano: dolce e salato, cotto e meno cotto, proteine, carboidrati, grassi. E poi si mischiano i cibi di varie tradizioni: messicani, americani, brasiliani, marocchini etccc. Ecco: il palato si fa globale, un gusto unico a livello mondiale che accontenta tutti.
Ma non solo: mangio a qualsiasi ora, di giorno o di notte, e con chi voglio. Fine delle regole, dell’istituzione del pranzo domenicale, per esempio?
Sì, ma poi anche no.
Perché niente è più assoluto, fisso, ma malleabile, trasformabile. Come? Grazie ai media e alla pubblicità. Ed ecco che l’hamburger, grazie a una nuova pubblicità, può essere il simbolo dell’unità familiare. O un ristorante può essere luogo distintivo di eleganza e stile.
Con i social che hanno permesso a tutti di diventare protagonisti degli spot mediatici, si fa un passo ulteriore: ognuno di noi può recitare una parte di quelle scene e mettersi in vetrina. Codeluppi parla di “vetrinizzazione” per indicare l’inzio, avvenuto nel ‘700, del fenomeno della introduzione delle vetrine nelle botteghe, per esporre i prodotti. Oggi ci mettiamo noi in vetrina insieme e attraverso il cibo che ordiniamo. Facciamo una foto, o un video, e li mettiamo in scena sui social. E qui in primo piano non ci sono certo i valori nutrizionali del nostro piatto, ma quelli estetici. Questo è quello che è stato chiamato Food Porn.
In ogni caso, una regola sembra tornare alla ribalta costantemente, ed è quella del nostro bisogno e desiderio di stare insieme agli altri. La convivialità.
Anche se stiamo mangiando fuori casa, da soli, in piena notte, anche quando stiamo impersonando un ruolo, stiamo in ogni caso dentro una grande “scena pubblica”, e quando ci facciamo un selfie con il nostro piatto appena ordinato, stiamo creando una connessione con i nostri simili.








