Gli economisti Dean Spears e Michael Geruso nel loro ultimo libro After the Spike: Population, Progress, and the Case for People (Simon & Schuster, 2025), mostrano che il mondo si trova a un punto critico: se è vero che negli ultimi 60 anni la popolazione è più che raddoppiata (dai 3 miliardi del 1960 agli 8.2 miliardi del 2025, e arriveremo a 10/11 da pochi decenni), è anche vero che l’indice di fertilità è drasticamente in calo in tutto il mondo, e quindi a partire dal 2060 (secondo altri dal 2080) potremo intraprendere la strada inversa, e dunque avviarci verso un sorprendente e debilitante spopolamento, in ragione del quale nel giro di pochi decenni, se l’indice di fertilità non dovesse stabilizzarsi attorno ai due figli per coppia, si tornerebbe al 1960.
Ecco rappresentata in un grafico la situazione descritta dai due economisti: se la media della popolazione fosse 1,6 figli per coppia di adulti (l’attuale media statunitense) la popolazione potrebbe contrarsi raggiungendo i 4 miliardi persone (l’Europa attualmente ha un indice di fertilità di 1.5, l’india è all’1.9, mentre le attuali proiezioni indicano che la Cina avrà un indice di fertilità pari a 0.9). Se l’indice di abbasserà ancora, potremmo, dimezzandosi la popolazione ad ogni generazione, finire per essere un miliardo di persone, come nel 1800.

Se le cause dell’incremento della popolazione sono note e varie (bassa mortalità infantile, rottura delle vecchie strutture patriarcali, innovazioni in agricoltura che hanno permesso di produrre di più con meno risorse: i figli si facevano anche perché dovevano lavorare la terra), meno chiare sono le ragioni per cui, dato un buon livello di reddito, le persone tendono a fare meno figli (alta fertilità in ambienti poveri, bassa fertilità in ambienti benestanti, la fertilità, poi, sembra riprendere quando si è molto ricchi).
L’indice di fertilità è molto sceso dappertutto, e fino ad oggi ogni tentativo di risollevarlo non è andato a buon fine. Del resto, intervenire in tal senso pone dei dilemmi etici non indifferenti. Dovremmo fare leggi pro vita? Dovremmo occuparci di cosa avviene in camere da letto, ripristinare a forza vecchi e poco attrattive strutture patriarcali. Oppure dovremmo legiferare in modo da proteggere e incentivare le famiglie con figli a scapito di quelle che non ce l’hanno, insomma alla fine, dovremmo avere l’obbligo di riprodurci per il bene comune? Ed è etico incentivare o scoraggiare le nascite nel perseguimento di una “popolazione ideale”? pensare di far figli per ripopolare il pianeta, e se sì, perché?
Qui non affronteremo i dilemmi, del resto sembrano irrisolvibili e polarizzanti, e sarà necessario cominciare a ragionarci, tuttavia potremmo focalizzarci su una questione, la stessa su cui i due autori del libro si concentrano: una pianeta più abitato è più sostenibile di uno spopolato? Detta meglio, e sempre tenendo conto della casa del bosco, un pianeta più popolato è più capace (grazie alla collaborazione collettiva) di affrontare i problemi, innovando e trovando soluzione non ovvie, rispetto a uno spopolato?
Nel film di Christopher Nolan, Interstellar, si racconta di un pianeta sull’orlo del baratro, si immagina difatti una crisi alimentare (la coltura colpita è il mais), dovuta alla mancata ricerca. Nella sostanza il metodo scientifico è passato di moda e l’innovazione non è nella top five delle ragioni che rendono la vita degna di essere vissuta (la prima scena chiarisce questo aspetto quando il protagonista trova un drone e lo accarezza e lo studia come se fosse un oggetto raro e bellissimo).
Ecco, un pianeta spopolato significherebbe un pianeta senza risorse, quelle dell’ingegno umano? Si tornerebbe in un mondo affamato dove va bene l’aria è più pulita la il sangue, causa guerra di conquista scorre a fiumi, inquinando il circondario?
“Cosa significa per l’ambiente la nascita di un bambino in più? Qualche decennio fa, alcuni dei problemi ambientali più urgenti negli Stati Uniti riguardavano il piombo nell’aria, l’assottigliamento dello strato di ozono nella stratosfera e le piogge acide. Immaginate un bambino nato nel 2013. La vita questo bambino non ha causato un aumento delle concentrazioni di piombo nell’aria. Negli Stati Uniti la gente ha deciso che respirare gas di scarico contenenti piombo era inaccettabile. Negli anni ’70, l’Agenzia per la Protezione Ambientale degli Stati Uniti ha iniziato a eliminare gradualmente la benzina con piombo. Dunque, quel bambino crescendo non ha contribuito al rilascio di clorofluorocarburi che hanno distrutto lo strato protettivo di ozono stratosferico. Questo perché le economie avanzate del mondo hanno sostanzialmente posto fine all’uso di una lunga lista di CFC con un accordo internazionale nel 1987 (il Protocollo di Montreal). Così è per le piogge acide, problema che sembrava irrisolvibile degli anni ’90”.
La decrescita demografica non aiuta l’ecologia. Così come la baita nel bosco è un disastro per l’ambiente. In fondo, anche se si dimezzasse magicamente la popolazione da oggi a domani, le emissioni non cambierebbero e quelle che sono i in atmosfera continuerebbero per molti decenni a produrre danni.
Una popolazione più numerosa porta alla prosperità (perché i costi fissi diminuiscono quando possono essere distribuiti su più persone, conseguenza economica di una scala più ampia) e più prosperità significa anche più attenzione all’ambiente, più teste più possibilità di innovazioni. Sembra un paradosso: forse lo è.
I due autori non offrono soluzioni. La demografia è uno strumento efficace, ma poco considerato, ma complesse sono le proiezioni. Diciamo che offrono una visione di insieme più ampia.
Dunque, vista la mancanza di soluzioni efficaci e visto che stiamo per iniziare un nuovo anno pieno di buoni propostiti, come possiamo concludere? Con un allarme? L’allarmismo potrebbe generare politiche allarmanti. Di conseguenza, è di fondamentale importanza il modo in cui i decisori politici e i ricercatori formulano le domande sui bassi tassi di fertilità e sullo spopolamento. Il modo in cui sceglieremo di procedere sarà certamente cruciale.







