A proposito di paese ideale con le nonne sempre in tiro, pronte a cucinare, l’agricoltura italiana è stata raccontata da Carlo Petrini, recentemente scomparso. Il racconto di Carlo Petrini ha molti meriti e un solo grande demerito: la sua agricoltura era rivolta al mondo urbanizzato, dunque sono state idealizzate le campagne per promuovere il turismo eno gastronomico, dalla città ad alcuni produttori. Questo è un demerito. Difatti, chi analizza la terra attraverso i fatti delle scienze agrarie, dell’economia, dei mercati e della biologia vegetale ha sempre sentito la necessità di ragionare su questo demerito, scrivere un racconto diverso e nel caso di Carlo Petrini ha anche avvertito la necessità di un bilancio diverso. Magari più freddo, ma serio e rigoroso, privo di sentimentalismo anche per rispettare a statura pubblica dell’uomo. Facendo i conti con Slow Food ci si rende conto che la narrazione di Carlo Petrini (di sicuro apprezzata da tanti) ha bloccato un’altra narrazione, meno nota ma più vitale: Petrini si è opposto ad ogni tentativo di sperimentazione sulle biotecnologie, e questo ha frenato lo sviluppo tecnologico dell’agricoltura italiana e internazionale. Per anni i media lo hanno dipinto come un Che Guevara della gastronomia, ma le sue tesi sono quelle di un teorico del pauperismo che, con la sua crociata contro l’innovazione, rischia di penalizzare la sicurezza alimentare dei popoli più vulnerabili del pianeta. Oltre al fatto che per salvare le nonne ci vuole innovazione. In questo bel saggio pubblicato su agrariansciences.it, Francesco Marino analizza (da uomo di sinistra) l’eredità di Carlo Petrini e il mito di Slow Food: insomma, scrive un’analisi critica tra retorica culturale e realtà scientifica.
https://www.agrariansciences.it/2026/05/leredita-di-carlo-petrini-e-il-mito-di.html#more







