Massimiliano Beretta è un biotecnologo, si occupa di strategie di miglioramento genetico avanzato e innovazione varietale. E da tempo cerca di far capire quanto e come il miglioramento genetico delle piante ha migliorato la nostra vita e ancora deve continuare a farlo. Abbiamo fatto due chiacchiere partendo dal suo libro, Geni di valore.
Mi spieghi cos’è un seme? Magari sembra facile ma non è così scontato
Un seme è una delle cose più geniali che l’evoluzione abbia inventato. Sembra una cosa semplice, invece è un capolavoro di ingegneria evolutiva. Io lo vedo un po’ come un file zippato (per fare un paragone con qualcosa di moderno): dentro ci sono tutte le informazioni necessarie per costruire una pianta, scritte sotto forma di codice del DNA, ma concentrate in pochissimi microgrammi. Ma non solo: quel pacchetto contiene anche un embrione (con un pannello solare autonomo), delle riserve di energia (un po’ di carburante per iniziare) e una struttura protettiva capace di resistere al freddo, al caldo, alla siccità, agli urti, al trasporto, al tempo.
Un prodotto nato per viaggiare?
Sì, una sorta di corriere espresso per informazioni, ma con veicolo elettrico, vetri corazzati e una scocca blindata a prova di apocalisse. Una forma di storage biologico che noi esseri umani, per certi versi, non siamo ancora riusciti davvero a replicare.
Andiamo nel dettaglio
Un seme non è un prodotto finito, come può esserlo un cellulare o un’automobile (che sono il risultato di costruzione di un progetto). Un seme è il contenitore del progetto stesso, che deve essere sviluppato attraverso la coltivazione. Tu metti nel terreno pochi microgrammi di materia e, se tutto funziona, si irriga e da lì nascono radici, foglie, fiori, frutti, chili di biomassa, cibo, paesaggio, economia. Quindi sì, detto in modo semplice: un seme è l’inizio di una pianta. Ma detto meglio, è un miracolo di memoria, protezione e potenziale.
E’ vero che ci sono semi incredibilmente piccoli e altri così grandi che non sembrano semi?
È verissimo. Alcuni semi sono minuscoli, quasi ridicoli per quanto piccoli: pensiamo a quelli delle orchidee, dell’orobanche, dell’arabidopsis o del tabacco. In certi casi sembrano quasi più polvere che semi. Eppure dentro quella polvere c’è già un progetto biologico completo di piante con biomassa miliardi di volte più grandi. E’ incredibile.
E quelli molto grandi?
Poi però arriva l’altra estremità della follia evolutiva: per esempio, il cocco di mare, che produce semi enormi, anche oltre i 20 chili. A quel punto, a me viene da ridere, perché fino a un attimo prima stavamo dicendo che il seme è un sistema geniale per trasportare la vita in modo leggero, efficiente, resistente… e poi la natura se ne esce con un pacchetto da 20 chili. Cioè, 20 chili è un bambino di quattro o cinque anni. Non è più un seme, è quasi un bagaglio da stiva.
Come mai?
E’ l’evoluzione, la natura (che se il termine “natura” non mi piace per niente), non cerca eleganza astratta, ma soluzioni che funzionino nel loro contesto ambientale. A volte sono microscopiche, a volte sono monumentali. E in mezzo c’è tutta la fantasia biologica del pianeta.
A proposito di dinamicità della natura, noi come lavoriamo sui semi e da quando lo facciamo?
Diciamo che forse facciamo prima a dire da quanto tempo non lavoriamo sui semi, perché il rapporto tra esseri umani e semi è antichissimo.
Ok, rievochiamo il tutto
C’è un momento culturalmente enorme in cui possiamo dire che il miglioramento genetico, anche se inconsapevole, è iniziato davvero: quando l’Homo sapiens ha cominciato a passare da una vita nomade a una vita più sedentaria. Quando abbiamo iniziato a coltivare, a raccogliere, a conservare, a scegliere quali semi tenere e quali no. E qui c’è una cosa che mi piace molto dire: probabilmente il primo genetista della storia, anche se non sapeva di esserlo, è stata una donna. Perché in molte comunità antiche è plausibile che fossero soprattutto le donne a gestire la raccolta, la coltivazione e la conservazione dei semi per il raccolto successivo, mentre gli uomini erano più spesso impegnati nella caccia. Quindi il primo atto di miglioramento genetico non è nato in un laboratorio, ma in un campo, in una mano che sceglieva i semi migliori da tenere per l’anno dopo.
Facciamo un esempio?
Un esempio classico è il frumento. Le forme selvatiche avevano una spiga con rachide fragile: in pratica, quando il seme era maturo, la spiga si rompeva e i semi cadevano a terra. Per la pianta era perfetto, perché così si disperdeva. Per l’uomo, invece, era un disastro, perché se il seme cade a terra prima che tu lo raccolga, hai perso il raccolto. A un certo punto, però, alcune piante avevano mutazioni che rendevano la spiga meno fragile: i semi restavano attaccati più a lungo. Dal punto di vista della pianta selvatica era uno svantaggio, perché disperdeva peggio i propri semi. Dal punto di vista umano era fantastico, perché permetteva di raccogliere molto di più. E anche dal punto di vista della comodità di non chinarsi a terra (il mal di schiena l’avranno avuto pure i nostri antenati). E così, anno dopo anno, senza sapere nulla di DNA, geni o mutazioni, abbiamo iniziato a selezionare quelle piante con la spiga meno fragile. Stavamo facendo genetica prima ancora di sapere cosa fosse la genetica.
La selezione si chiama naturale, no?
Sì e, c’è un punto secondo me ancora più interessante: gli esseri umani non sono stati i primi a selezionare le piante. Anzi, forse siamo arrivati tardi.
Chi è stato il primo?
Prima di noi lo hanno fatto insetti, animali, uccelli, microrganismi, impollinatori, erbivori. Ogni essere vivente, interagendo con una pianta, esercita una pressione di selezione. Un bombo visita certi fiori e non altri perché il loro polline è migliore (quindi quei fiori faranno semi mentre altri meno appetibili, no). Un uccello mangia certi frutti perché li preferisce al colore o al sapore, e disperde certi semi. Un erbivoro si nutre di alcune piante e ne evita altre. In un certo senso, la vita seleziona continuamente la vita.
Altri esempi?
Le formiche, per esempio, coltivano funghi sottoterra da milioni di anni. Li mantengono, li proteggono, li propagano, scartano ciò che non funziona e favoriscono ciò che funziona meglio. Nessuno si scandalizza dicendo che le formiche stanno “violentando la natura”. Eppure, a modo loro, stanno facendo agricoltura, selezione e costruiscono una simbiosi
Quindi le modifiche alla natura sono naturali.
E qui il discorso diventa quasi filosofico. Spesso diciamo che il lavoro sui semi è artificiale. Ma se l’essere umano è una specie evolutasi nella natura, perché ciò che facciamo noi dovrebbe essere automaticamente fuori dalla natura?
In effetti…
Secondo me il punto è questo: il lavoro sui semi non è una stranezza moderna, né un capriccio tecnologico. È parte della relazione tra gli esseri viventi e l’ambiente. La natura non è statica, è dinamica. Cambia perché gli organismi interagiscono, scelgono, competono, collaborano, si adattano. Noi lo facciamo in modo più organizzato, certo. Abbiamo filiere produttive, macchine agricole, mercati, tecnologie, laboratori, esigenze nutrizionali, culturali, industriali e commerciali. Un delfino o un bombo non devono pensare alla GDO, alla shelf life o alla meccanizzazione della raccolta. Però il principio di base, cioè scegliere ciò che funziona meglio per sé e lasciare meno spazio a ciò che funziona peggio, non è esclusivamente umano.
Poi anche noi cambiano, ci adattiamo per selezione
Anche noi cambiamo (e anche dalla nascita alla morte, il nostro DNA cambia). E siamo il risultato di una lunghissima selezione. Perché, in un certo senso, siamo anche noi semi di una specie appena un po’ più cosciente delle altre, che ha imparato a guardare dentro la vita e a chiedersi come farla crescere meglio.
Mi fai alcuni esempi di come l’abbiamo fatta crescere meglio? Non so qualche cultivar che rispetto agli anni precedenti siamo riusciti a migliorare?
L’esempio migliore, secondo me, non è in un laboratorio. È davanti al frigorifero aperto, oppure nel reparto ortofrutta di qualunque supermercato. Perché possiamo discutere finché vogliamo di biologico, convenzionale, integrato, OGM, TEA, vertical farming, agricoltura rigenerativa e tutto il resto. Sono discussioni importanti, per carità. Però la verità di base è molto più semplice: quasi tutto quello che vediamo lì dentro, in un modo o nell’altro, è passato da un’opera di miglioramento genetico.
Vai con gli esempi
Le mele che non marciscono più a lungo. I pomodori ad alto contenuto di licopene. L’anguria senza semi. L’olio di girasole alto oleico. Le carote arancioni. Certe cipolle che fanno piangere meno. Il grano con cui facciamo pasta e pane. I cavolfiori, i broccoli, i cavoletti di Bruxelles, che sembrano verdure diversissime e invece sono parenti strettissimi, selezionati dall’uomo a partire dalla stessa specie. Noi li guardiamo e diciamo: “Vabbè, è cibo”.
Invece?
In realtà sono capitoli di una storia lunghissima. Il problema è che questa storia non sta scritta sull’etichetta. Sul vino siamo bravissimi: Barolo, Chianti, territorio, annata, vitigno, esposizione, tradizione. Su una mela, invece, spesso c’è scritto “mela”. Fine. Però quella mela ha una genealogia, una selezione, una serie di incroci, prove in campo, errori, fallimenti, intuizioni. Ha una storia genetica enorme, solo che nessuno la racconta. Che poi, l’esempio della mela è anche uno di quelli fortunati poiché alcune aziende sono riuscite a costruire un’identità intorno alle varietà (ovvero intorno alla diversità genetica) e promosso una cultura del prodotto. A me piacerebbe fare dei tour di genetica al supermercato.
Buona idea
Non un convegno, non un workshop con le slide e il puntatore laser. Prendere biotecnologi, genetisti e ricercatori e far accompagnare la gente mentre fa la spesa. Corsia dell’ortofrutta, banco del pane, scaffale del muesli bio, patatine nel sacchetto, uova, pasta, riso, tacchino, yogurt. E lì spiegare: “Vedete questa cosa normalissima? Ecco, senza genetica non sarebbe così. Anzi, forse non ci sarebbe proprio”.
Cosa succederebbe?
Anche perché, diciamolo, molti resterebbero sorpresi. Qualcuno forse anche un po’ infastidito, perché l’idea di “mangiare naturale” è rassicurante. Suona bene. Fa stare tranquilli. Però, se siamo onesti, il “naturale puro” nel nostro piatto quasi non esiste. E non perché gli esseri umani abbiano distrutto la natura, ma perché spesso è proprio sbagliata la distinzione di partenza tra naturale e non naturale.
Che cosa è naturale e cosa no?
Io, provocatoriamente (ma neanche troppo), sostengo che anche le automobili siano naturali, perché sono il prodotto dell’ingegno di una specie naturale come Homo sapiens. Esattamente come sono naturali le dighe costruite dai castori, gli alveari delle api, i nidi degli uccelli o, su un’altra scala, perfino l’estinzione dei dinosauri. Ed è chiaro che dighe, alveari, nidi ed estinzioni di massa non siano processi spontanei, ma generati da altri esseri viventi. Eppure, se è un’opera di ingegno degli esseri umani, allora è ritenuta artificiale e cattiva. Non è che tutto ciò che accade in natura sia automaticamente buono, innocuo o desiderabile. Anzi, sarebbe una sciocchezza. Il punto è che “naturale” non basta a definire il valore di una cosa.
Quindi bisognerebbe cambiare la domanda
Sì per esempio: “Che conseguenze ha nel lungo periodo?” Questa tecnica migliora davvero l’agricoltura? Riduce sprechi, input, acqua, suolo, energia? Aiuta gli agricoltori? Migliora la qualità del cibo? Qual è il bilancio tra costi e benefici? La molecola che stiamo usando ha un impatto significativo su altre specie o sugli ecosistemi? Ecco, secondo me dovremmo spostare la conversazione lì. Non su una distinzione romantica tra naturale e artificiale, ma su una valutazione più adulta: cosa funziona, cosa danneggia, cosa migliora davvero e cosa invece ci raccontiamo solo perché suona bene.
E’ il marketing…
Io sono abbastanza sicuro che molti agenti di marketing mi bucherebbero le gomme dell’auto se sapessero quanto alcune pubblicità alimentari si reggano più sull’inconsapevolezza del consumatore che sulla realtà dei fatti. Un collega ricercatore, una volta, mi fece notare che sull’etichetta di uno yogurt al malto d’orzo c’era stampata una bella spiga di frumento. Che è un po’ come mettere la foto di un labrador sulla confezione del tonno: suggestivo, magari carino, ma botanicamente discutibile. Oppure pensiamo a certe diciture tipo “senza OGM”, usate anche quando, in quel caso specifico, il problema non si pone davvero. Formalmente magari tutto si può fare, per carità, ma comunicativamente il messaggio implicito è: “Tranquillo, noi non abbiamo fatto quella cosa brutta”. Anche se quella cosa, in quel contesto, non la stava facendo nessuno.
Altri esempi di marketing spudorato?
Ci sono formule come “ottenuto da biofermentazione”. Che suonano benissimo, eh. Però a me viene sempre da chiedere: perché, esistono fermentazioni non biologiche? Fermentazioni fatte da un tostapane? Da un fax? Da un’entità amministrativa? Il punto è che raccontare bene il cibo è sacrosanto. Raccontarlo facendo leva sulla confusione delle persone, un po’ meno.
Qual è l’effetto più tangibile del miglioramento genetico?
Quando parliamo di miglioramento genetico, non dobbiamo pensare solo al prodotto più bello, più buono o più comodo. Quelli sono esempi importanti, ma sono anche, in un certo senso, valore aggiunto: gusto, conservabilità, colore, contenuto nutrizionale, facilità d’uso, qualità industriale. Il punto davvero enorme, quello che secondo me ha cambiato il mondo, è un altro: la resa per ettaro. Lo so, detta così sembra la cosa meno romantica del pianeta. “Resa per ettaro” non ha esattamente il fascino leopardiano. Però è lì che si gioca una parte gigantesca della storia umana.
Resa per ettaro, cioè quante persone riesce a nutrire un pezzo di terra?
Sì, in poche generazioni siamo riusciti a far produrre molto di più agli stessi ettari. Si stima che negli anni 20, un ettaro producesse cibo per 2 persone mentre nel 2026 si parla di 6. Tre volte tanto dallo stesso pezzo di terra. Non solo grazie alla genetica, certo: anche grazie alla meccanizzazione, all’irrigazione, alla difesa delle colture, alla gestione agronomica, alla chimica, alla logistica. Però il miglioramento genetico è uno dei pilastri di questa storia.
Purtroppo non è un tema molto sentito
Ma bisogna dirlo senza troppi giri di parole: non è una questione di consumismo, di “poteri forti” o di multinazionali cattive con il gatto bianco in braccio. È che siamo più di otto miliardi di persone. E molte persone, ancora oggi, non hanno accesso a cibo sufficiente, stabile e nutriente. Poi sì, possiamo e dobbiamo parlare di distribuzione, sprechi, guerre, povertà, filiere sbilanciate, uso delle superfici agricole, cambiamento climatico. Tutto vero. Ma resta un fatto molto semplice: se da un ettaro produci poco, hai meno margine per sfamare le persone. Se da un ettaro produci di più, e lo fai meglio, con meno sprechi e meno impatto, hai più possibilità.
Oggi che significa migliorare una varietà
Oggi migliorare una varietà non significa solo fare il pomodoro più rosso o la mela più croccante. Significa provare a ottenere piante che producano di più, consumino meno acqua, resistano meglio alle malattie, tollerino meglio il caldo, funzionino in ambienti difficili, aiutino gli agricoltori a perdere meno raccolto. A me piace molto parlare di “efficienza” molto più che di “sostenibilità” e “resilienza”, a cui stento a dare una declinazione concreta.
Cioè?
Secondo me l’efficienza sarà una delle chiavi del futuro dell’umanità, anche in agricoltura: efficienza radicale, efficienza fotosintetica, efficienza idrica, efficienza nell’uso dei nutrienti, efficienza nell’uso del suolo. In sostanza: chiedere alle piante non solo di produrre di più, ma di farlo sprecando meno. Meno acqua, meno energia, meno fertilizzanti, meno superficie, meno tempo. IL mondo cambia, cambiano anche le piante.
Questo è un tema: molte varietà che erano leader di mercato vent’anni fa, oggi sono quasi scomparse.
Non per via di qualche grande complotto o di un monopolio cattivo che le ha fatte sparire dalla sera alla mattina, ma per un motivo molto più semplice: il mondo è cambiato. Sono cambiati l’ambiente, il clima, le malattie, le esigenze degli agricoltori, della filiera, dei consumatori. E molte di quelle varietà, semplicemente, non sono più adatte a essere coltivate nel contesto di oggi. È un po’ come andare al lavoro con una carrozza trainata da cavalli. Romantico, bellissimo, magari anche molto instagrammabile. Però se devi spostarti da San Babila a Piazza Duomo, probabilmente la metro è più efficiente.
Quindi erano varietà buone per quel tempo
Sì, non è che quelle vecchie fossero “sbagliate”. Erano ottime per il loro tempo. Solo che il tempo, appunto, è cambiato. E l’agricoltura, se vuole continuare a produrre, deve cambiare insieme a lui.
Diciamo che siamo tutto molto preoccupati per il cibo
Ogni tanto leggiamo di scandali alimentari enormi, e alcuni sono reali, gravi, da prendere sul serio. Altri, invece, vengono gonfiati da ideologie un po’ bislacche, da titoli sensazionalistici o da quella naturale tendenza umana a spaventarsi appena si parla di cibo. Però il punto è questo: nonostante tutto, stiamo probabilmente vivendo nel periodo storico più sicuro e più controllato della storia dell’alimentazione umana.
Ai bei tempi…
Quando sento dire: “Eh, una volta non c’erano tutti questi scandali”, mi viene sempre da rispondere: certo, anche perché una volta non c’erano tutti questi controlli. Mancavano gli strumenti, mancavano le analisi, mancavano le tecnologie, mancavano molte conoscenze. E spesso mancava anche la consapevolezza di essere parte di un sistema molto più grande, meno antropocentrico, più interconnesso e più fragile di quanto immaginassimo. Oggi vediamo più problemi anche perché siamo diventati più bravi a cercarli. Forse tra sessant’anni qualcuno dirà la stessa cosa di noi: “Ma ti rendi conto di cosa mangiavano nel 2026?”. Ed è anche giusto che sia così, perché la sicurezza alimentare non è una fotografia immobile. È un percorso. Migliora man mano che migliorano le conoscenze, gli strumenti, le regole e la capacità di controllare le filiere.
Concludiamo?
Il miglioramento genetico è uno dei modi con cui abbiamo chiesto alle piante di aiutarci a vivere meglio. Produrre cibo, farlo bene, farlo abbastanza, farlo in un pianeta che cambia. E io lo so che detto così sembra una cosa semplice, quasi da contadini: prendo il seme migliore e lo risemino. Però dentro quella semplicità c’è una delle tecnologie culturali più potenti che l’essere umano abbia mai inventato.
Torniamo sempre al seme
Si, alla fine, migliorare una varietà significa chiedere a un seme di fare un mestiere difficilissimo: nutrire più persone, usando meno risorse, in un mondo che non resta mai fermo.








