Con uno stile innovativo, simpatia, competenza e qualche piacevole trovata scenica, Riccardo Rizzetto (con il suo account From Roots To Leaves) racconta come funzionano alcune piante e di quante cose, purtroppo non sappiamo di loro. Alcune delle sue considerazioni sono finite in un bel libro, Quello che le piante non dicono (Sonzogno), anche qui, tra li racconti, noti competenza e simpatia, due elementi che garantiscono una buona lettura, ad adulti e ai bambini, sia a botanici curiosi sia a quelli che si vantano di avere il pollice verde. Abbiamo fatto due chiacchiere
Partiamo dalla domanda più difficile…la fisiologia vegetale…in breve.
Partirei con il dire che vale la pena parlare di ciò che sappiamo della fisiologia dal momento che tanti dettagli ancora oggi ci sfuggono. Essenzialmente le piante, o quanto meno gran parte di esse, sono caratterizzate da una parziale immobilità dovuta al fatto che emettono radici che il più delle volte le ancorano ad un luogo fisso.
Una loro caratteristica …
Sì, questo da un punto di vista evolutivo le ha portate a sfruttare al meglio tutto ciò che trovano attorno a loro senza bisogno di andare a cercarlo chissà dove. Un po’ lo cercano ma sempre in un raggio di azione piuttosto limitato. Con le radici esplorano il terreno alla ricerca di acqua e dei nutrienti in essa disciolti, con il fusto si protraggono verso l’alto o strisciano orizzontalmente e con le foglie cercano di intercettare quanti più raggi solari possibili. Questi sono proprio l’input del loro meccanismo di alimentazione detto “autotrofo”, una parola composta e derivata dal greco che rappresenta la capacità di prodursi da se il nutrimento di cui si ha bisogno a partire da ingredienti non ancora elaborati.
Parliamone
Questa elaborazione avviene proprio nelle foglie grazie all’energia portata dai raggi solari che mettono in moto un articolato meccanismo capace di produrre molecole di zucchero a partire da ingredienti ben più grezzi ossia acqua e anidride carbonica. La prima abbiamo detto da dove arriva, la seconda viene inglobata direttamente a livello fogliare lasciandola entrare per dei microscopici fori detti stomi posti per lo più nella pagina inferiore delle foglie. Dunque nelle foglie ci sono degli organelli detti cloroplasti che intercettano i fotoni solari innescando un processo attraverso cui H20 e CO2 vengono scisse, un po’ di ossigeno viene liberato dagli stomi e idrogeno, carbonio e altro ossigeno vengono impacchettati in molecole di glucosio (C6H12O6).
Ok, che fine fa il glucosio?
Una parte di questo glucosio viene “stoccato” nella pianta ed è il principale motivo per cui le piante vengono predate da altri organismi fornendo il nutrimento che sta alla base delle catene alimentari. Un’altra parte di glucosio viene utilizzato dalla pianta stessa per i suoi processi biologici (crescere, fruttificare, difendersi) e come accade per noi animali lo zucchero viene scisso a livello dei mitocondri per produrre energia e scartare…CO2. Questa molecola è infatti sia fonte di nutrimento che scarto durante la fase di “respirazione” delle piante che avviene per lo più la notte quando il meccanismo fotosintetico è in standby.
Con la respirazione avviene il processo contrario, si usa l’ossigeno per produrre CO2 e acqua, bene, quando diciamo che le piante assorbono CO2 ed emettono Ossigeno, stiamo raccontando solo una parte della storia, no?
Assolutamente! Fin dall’asilo ci viene raccontato come le piante siano importanti per la loro produzione di ossigeno che noi respiriamo e questo contribuisce nel tempo a cementare la convinzione che producano solo quello!
In realtà?
In realtà, come detto precedentemente, quello è uno scarto ma lo è anche la CO2 che producono durante la respirazione esattamente come noi animali! Il fatto è che entrambi (noi e le piante) abbiamo cellule dotate di mitocondri ossia quegli organelli che servono per la respirazione cellulare nel processo che produce energia utilizzabile a partire principalmente da molecole di zucchero. Se però noi abbiamo solo i mitocondri e quindi dobbiamo fornire loro un carburante già pronto, le piante avendo i cloroplasti quel carburante se lo autoproducono. Ecco che quindi possiamo semplificare dicendo che le piante producono ossigeno, anidride carbonica e zucchero e che a noi 2 prodotti su 3 fanno piuttosto comodo.
L’efficienza della produzione di ossigeno dipende da vari fattori, età della pianta, clima ecc., sappiamo che l’ anidride carbonica viene stoccata, immagazzinata, nelle parti della pianta e che tuttavia questa torna in circolo grazie ai batteri che degradano foglie e rami caduti, insomma quando vai a fare un bilancio tra ossigeno prodotto e anidride carbonica emessa si fa quasi sempre pari, ecco, secondo te, anche tenendo conto della tua ottima e chiarissima attività di divulgatore (poi parliamo del tuo libro), questi meccanismi sono chiari ai cittadini, agli amministratori che curano il verde nelle città o nei boschi italiani? Te lo chiedo perché la conoscenza della fisiologia è fondamentale non solo per una buona gestione del verde ma anche per la manutenzione del patrimonio boschivo.
Temo che sia chiaro a molte meno persone di quanto si pensi. Da quando siamo apparsi su questa terra le piante erano già presenti e facevano già quanto detto prima. La nostra evoluzione è stata possibile grazie alla relazione con esse. Ci hanno fornito cibo, la possibilità di curarci, materie prime come il legname per costruire, le prime gomme (vedi il caucciù) e altro ancora. Relazionarsi con le piante era ovvio, normale, scontato. Le piante addirittura incarnavano le prime divinità diventando quindi anche simbolo di un valore religioso e non solo di utilità. Questa nostra simbiosi con loro si è modificata nel tempo che la società si è evoluta e oggi, secondo me, viviamo in un paradosso.
Quale?
Da un lato dipendiamo da loro esattamente come 5000 anni fa, dall’altro non ce ne rendiamo conto e abbiamo imbastito uno stile di vita che le dà per scontate pur senza dar loro valore. L’esempio classico è la nostra alimentazione: quando parlo nelle scuole mi accorgo che pochi sappiano come la merendina, l’uovo o il caffè derivino presto o alla lontana alla presenza di piante su questo pianeta. Se manca questa consapevolezza come posso sperare che cittadini e amministratori se lo ricordino? Purtroppo sono cose che o studi in modo specifico o non le sai ma, in mia opinione, non puoi non saperle. Per il motivo che ho detto sopra: viviamo in simbiosi con loro, sono dei partner evolutivi. Vuoi non conoscere il tuo partner? Sapere cosa può darti e in che modo puoi essere tu utile a lui?
Quindi le Amministrazioni sanno poco o niente?
Lavorando in questo settore posso dire con certezza che le amministrazioni sanno molto poco e hanno la tendenza a non circondarsi di persone che invece sappiano aiutarle. I cittadini si dividono in tre categorie: quelli che le conoscono, quelli che non le conoscono affatto e non sono interessati a loro e quelli che le adorano ma non le conoscono affatto comunque. Queste ultime due categorie assieme con amministrazioni cieche sono sempre un bel mix. Alberi tagliati perché “sporcano”, alberi piantati a caso in spazi angusti, alberi salvati che andrebbero tagliati poiché pericolosi e via dicendo. Per il patrimonio boschivo mi riservo di dire che le cose sono un po’ diverse: ho avuto la percezione per quanto esperito che (in Italia) chi lavora coi boschi abbia conservato una atavica forma di rispetto e conoscenza.
Hai scritto un libro molto bello, quello che le piante non dicono (Sonzogno), dove con un escamotage narrativo assumi il punto di vista di varie piante. In questo modo ogni pianta racconta la sua storia, le sue qualità i suoi dolori. Una curiosità, io ho due piante preferite, la prima mi affascinava da bambino, ed è il ciliegio per la sua fioritura esplosiva, la seconda mi interessa da adulto ed è il Fico d’India per i suoi meccanismi fisiologici che gli permettono un risparmio idrico. Tu hai delle piante preferite? Che ti hanno affascinato o interessato?
In realtà ce ne sono tante anche se a livello affettivo per qualche ragione mi piace il larice. Una conifera pioniera che si accontenta di poco, cresce veloce e quando arriva l’autunno vanta tra i più bei colori che si possano incontrare in montagna per poi perdere le foglie a differenza di tutte le sue colleghe. I suoi strobili maschili sembrano delle rosette ed emette un profumo eccezionale. Mi piace anche il modo in cui fa crescere le foglie senza numeri precisi tutte radunate in gobbette legnose che poi in realtà non sono altro che abbozzi di ramo non sviluppati chiamati brachiblasti. La associo sempre all’alta montagna, alle vacanze coi miei genitori quando ero piccolo, alla ciclicità delle stagioni a certe quote.
Senti, in sintesi, cosa non dicono le piante?
Un sacco di cose! Ho voluto chiamare il libro in questo modo per due ragioni.
Andiamo con la prima
La prima è trasmettere l’idea che se le piante potessero parlare potrebbero fornirci davvero una quantità di informazioni enorme. Potrebbero dirci come funziona davvero la fotosintesi (noi ad oggi lo sappiamo appena e di certo non la sappiamo imitare), come riescono ad adattarsi a certe situazioni estreme, come fanno a produrre semi potenzialmente eterni che non sono altro che piante future in grado di sopravvivere a incendi, inondazioni o siccità prima ancora di germinare. Avrebbero un bel po’ di segreti da svelare oltre al fatto che molte di loro germinavano quando noi cominciavamo appena ad inventare la scrittura…sai storie che potrebbero raccontarci!
Poi?
La seconda ragione è invece per ricordare a tutti che le piante non parlano affatto. Comunicano, certo, ma non posseggono la parola e soprattutto non sono esseri umani. Nel mio libro li ho volutamente umanizzati ma come esercizio di stile, è bene ricordare che le piante si comportano in modo completamente diverso da noi, sono qui da molto prima di noi e non escludo che saranno qui anche dopo di noi. In tutto ciò se nella loro evoluzione non hanno trovato tempo per la parola, forse è perché non l’hanno ritenuta così utile. Per noi al contrario è fondamentale ed è questo il bello: ricordarci che siamo organismi biologici diversi, che non dobbiamo per forza imparare qualcosa gli uni dagli altri ma che, come ci ha insegnato la nostra storia (e la nostra biologia), dovremmo collaborare e rispettarci. Ho la sensazione che senza neanche sapere cosa sia il rispetto le piante già lo esercitino nei nostri confronti ma al tempo stesso ho la convinzione che questo rispetto, sebbene sappiamo bene sia eticamente che scientificamente che valore possa avere, non sia sempre ricambiato da parte nostra.








