Tutto inizia da quello che per mia nonna rappresentava una sorta di peccato originale, una colpa che investiva l’intera famiglia: ero magra. Uno stecco, per lei che aveva visto due guerre, una da bambina e una con una figlia e con l’ossessione del cibo che non c’era. Essere magri era un affronto all’universo e a qualunque dio. A lei, soprattutto, che si improvvisava cuoca con poco talento ma tanta buona volontà. Era colpa mia, sua, dei miei genitori, soprattutto, che non capivano la portata del dramma. Scattava così l’ora della riscossa. A modo suo. E il suo modo era delizioso. Darei qualunque cosa per poterlo rivivere, anche se adesso mi porterebbe direttamente al pronto soccorso in codice rosso: lo zabaione. Non uno zabaione normale: uno zabaione per magri, potenziato, truccato come una lancia delta. Ricordo lo sguardo determinato con cui apriva le uova (il plurale è perfettamente aderente alla realtà) e separava il giallo dall’albume. Poi si sedeva al suo sposto a tavola e cominciava a mescolare con l’energia di una pala meccanica il tuorlo con zucchero a cucchiaiate. Per quanto ne aggiungesse, non era mai abbastanza. Soppesava il composto e ne metteva un altro cucchiaio. Non si sa mai. Io guardavo la crema densa e soffice, giallo paglierino, in attesa di ricevere l’albume montato a neve. A mano, ovviamente. Sento ancora il tintinnio della forchetta contro il piatto mentre il liquido trasparente si trasformava in una sorta di bagnoschiuma candido dalle forme buffe. Univa il composto, versava un cucchiaio di liquore e mescolava ancora, con espressione sempre più soddisfatta. Mi passava la scodella piena fino all’orlo come l’elisir di lunga vita. Non c’era bisogno di parole. Era tutto lì dentro: l’amore, la cura, la dedizione assoluta. Non so se era quello, o il rum, ma il sapore di quel nettare lo sento con una nitidezza che mi commuove. Sento i granellini di zucchero tra i denti, la consistenza impalpabile della crema, il liquore che mi faceva sentire grande e che rimaneva da solo sul fondo.








