Simone Pieranni nel 2006 finisce in Cina in maniera del tutto casuale e con un’idea piuttosto confusa e stereotipata del paese. Ma presto ascoltando e osservando comincia a demolire i suoi pregiudizi e da allora, al grido di basta con l’esotismo, con una serie di libri (e ora podcast Altro Orienti, Simone lavora per Chora Media) ha offerto un racconto di quel continente (che genericamente chiamiamo Asia) nuovo e interessante. Abbiamo fatto due chiacchiere.
Cominciamo dal principio, anni fa arrivi in Cina per caso, ci resti molto tempo, e cominci a raccontarla, ti volevo chiedere: ci sono stati avvenimenti che hanno confermato i tuoi pregiudizi e altri che invece li hanno demoliti?
Allora, io in realtà sono arrivato in Cina veramente con pochissime idee sulla Cina. Sapevo la storia, Mao, avevo un’idea piuttosto confusa di cosa fosse in quel momento, nel 2006, la Cina. Pensavo fosse un paese un po’ arretrato e molto irreggimentato.
Invece?
Il primo pregiudizio demolito è stato questo: mi aspettavo un popolo disciplinato e ho scoperto subito invece che sono dei casinari, totalmente refrattari a rispettare divieti e leggi. mi è venuto subito in mente “fatta la legge trovato l’inganno”. I miei primi dialoghi molto sconnessi con la padrona di casa a Pechino erano un inno all’arrangiarsi, a ogni problema che le sottoponevo la soluzione era sempre un po’ frammentaria, mai veramente risolutiva, e in quei casi ho imparato l’espressione “chabuduo” che tradotto potrebbe essere: “più o meno”, “così così”. Insomma anche tutta questa super mega efficienza che si leggeva sulla Cina mi è sembrata abbastanza bizzarra, visto che poi nella vita quotidiana era tutto un po’ un arrangiarsi.
Altra cosa?
Poi altra cosa demolita: il paese arretrato. Il mio primo impatto è stato con le metropoli, ovviamente e mi sono reso subito conto di vivere in un mondo velocissimo, rapido e che cresceva e cambiava ogni giorno. Quando dall’Italia mi chiedevano “come è sta Cina”, rispondevo: “è come stare in Inghilterra durante la rivoluzione industriale”: ho avuto la percezione di essere in una lavatrice, posta al centro del mondo. Poi ovviamente ho visitato anche aree rurali, zone più povere. Ma insomma la prima impressione è stata essere nel futuro. Un pregiudizio che avevo e che è stato confermato invece è questo: stando in Cina avevo sentito dire da stranieri quanto a volte fosse complicato riuscire a relazionarsi in modo diciamo confidenziale con i cinesi. L’ho sperimentato e ho avuto la conferma. Ma in questo caso credo conti molto la lingua e passare tempo insieme. Ho deciso subito di vivere tra cinesi e alla fine qualche bella relazione amicale è venuta fuori ed è anche durata nel tempo.
Nel tempo infatti ti sei affezionato alla Cina, hai scritto e prodotto molti podcast, ora c’è un libro dal titolo suggestivo, 2100. Come sarà l’Asia, come saremo noi. Titolo suggestivo perché i demografi, per esempio, non si spingono ancora al di là del 2100. Perché l’hai scritto?
In questi ultimi due anni e mezzo, da quando lavoro a Chora, ho realizzato un podcast che si intitola Altri Orienti: è sull’Asia e questo mi ha portato ad approfondire molti aspetti su paesi nei quali sono stato e ho cercato di concentrarmi per lo più su cosa accade “dentro” ai paesi. E puntata dopo puntata, libro dopo libro, articolo dopo articolo, ho cominciato a ragionare su una cosa: mano a mano che studiavo e trovavo storie di persone capaci di raccontare anche il contesto, ho avuto la percezione che in Asia stiano parlando, ragionando, riflettendo, esattamente sulle stesse cose su cui ragioniamo noi: il riscaldamento globale, la crisi demografica, l’importanza della tecnologia, i temi legati ai diritti, il lavoro, quanto lavoriamo e come, in che città vivremo, che cibo mangeremo.
Un esempio?
L’anno scorso sono stato a Singapore dove ero già stato parecchie volte e in Malaysia dove invece non ero mai stato. Sono arrivato in Malaysia in pullman partendo da Singapore: un viaggio meraviglioso, praticamente nella giungla. E proprio lì ho cominciato a ragionare su come poter mettere giù questa percezione, quella che non solo in Asia si sta ragionando sugli stessi temi su cui stiamo ragionando noi, ma che alla fine proprio queste riflessioni creano delle somiglianze molto forti, specie tra le nuove generazioni. Ho pensato che tutto questo sia particolarmente importante ora, un periodo nel quale si parla spesso di “scontro di civilità”. Parlando con Mondadori lì per lì ho buttato l’idea di intitolarlo 2100 per dare l’idea di un futuro ma non troppo prossimo (certo, Markley ad esempio non si spinge a tanto in “Diluvio”, arriva al 2040 mi pare al massimo). Scherzando durante le presentazioni dico che l’ho intitolato così perché nel 2100 nessuno potrà contestarmi di aver sbagliato qualche previsione, ma la realtà è che nel libro non ci sono previsioni. Ci sono delle tendenze che emergono dalle società civili di tanti paesi asiatici di cui mi sono occupato, paesi nei quali sono stato a parte alcune eccezioni (Il Kazakistan e la Corea del Nord).
Quello che è sicuro è la nuova formula del mondo, nel 2050 ci saranno due miliardi di Africani e 5 di Asiatici (poi la popolazione comincerà a declinare), perciò ne approfitto subito: in linea di massima, che tendenze vedi?
Questo relativo alla demografia è uno degli aspetti più interessanti considerando anche l’impatto che avrà. Questa crescita della popolazione tra l’altro al momento ci illumina su quante Asie esistano: la Cina, il Giappone e la Corea del sud praticamente stanno vivendo la nostra identica crisi demografica. Sono paesi di anziani, dove nascono sempre meno figli. La cosa interessante è che se vogliamo trovare qualcosa in comune nelle società civili di questi tre paesi, la crisi demografica ad esempio fa emergere le questioni relative alle diseguaglianze di genere. E ci racconta molto del mondo nel quale viviamo, dove ad esempio una lotta delle femministe sudcoreane (quella dei “Quattro no”) è stata ripresa di recente da alcuni movimenti femministi negli Stati Uniti. Ma dicevamo di tante Asie: alcuni paesi specie nel sudest asiatico invece hanno età media molto basse e questo comporta tutta una serie di problematiche legate ad esempio a come questi giovanissimi si informano e che peso ha la loro formazione nei processi elettorali e dunque nella sfera politica.
In generale, in Asia?
Se invece prendiamo in generale la crescita demografica continentale, mi limito all’Asia perché non sono un esperto di Africa, questo è uno degli aspetti di cui si parla molto considerando le preoccupazioni che esistono in relazione ad esempio all’alimentazione e alle risorse. Allo stesso tempo mi pare che rispetto agli anni ’70 e ’80 quando si parlava apertamente in Europa di “population bomb” in riferimento all’Asia, i governi asiatici sembravano disposti a seguire certi “consigli” come quelli del “Club di Roma” (e infatti seguirono politiche di controllo delle nascite sia in Cina – molto rigorose e tragiche – sia in India ad esempio), oggi no. Oggi è come se dicessero: è il nostro momento e in ogni caso ci pensiamo noi. Chi siete per darci lezioni?
Per quello che conto, io sono d’accordo, sulla difficoltà di fare i maestrini, dico, ok che altre tendenze hai individuato?
La questione demografica fa scaturire tutta una serie di cose che in realtà ci avvicinano. L’aumento della popolazione si lega a potenziale problematiche ad esempio nell’ambito dell’alimentazione (Markley nel Diluvio lo racconta molto bene questo legame) e in Asia il riscaldamento globale e le sue conseguenze sono molto sentite anche in paesi dove non ce l’aspetteremmo: ad esempio in Cina se volessimo dividere i movimenti di protesta potremmo dire che negli anni ’90 e fino agli anni 10 del 2000 erano legate al lavoro, poi dagli anni 10 proprio alle questioni ambientali (e oggi potremmo dire che sono i movimenti femministi i protagonisti). Questo comporta alcune conseguenze ad esempio la ricerca di nuove forme di proteine, come stanno facendo a Singapore con la carne coltivata (che sta cominciando ad affacciarsi anche alla Cina e capirai che se la classe media cinese si convince che è uguale alla carne normale, parliamo di 500 milioni di persone, la carne coltivata può effettivamente sviluppare un mercato (che ad oggi non c’è). Altra cosa che mi viene in mente legata alla crescita demografica è come i paesi che invece soffrono una crisi demografica affrontano la cosa: mancano i giovani, quindi mancherà forza lavoro e quindi forte spinta sull’automazione, sulla robotica, portando alcuni paesi a diventare rilevanti da questo punto di vista nella filiera (Vietnam, Malaysia). Oppure c’è il Giappone che sta affrontando una riflessione molto rilevante sul tema dell’immigrazione. Insomma, come vedi si parla di temi molto simili a quelli di cui stiamo parlando noi.
A proposito di nuove proteine, che mi dici dell’agricoltura asiatica?
Dire agricoltura in Asia significa dire alcune cose specifiche: riso ad esempio (che però una delle principali fonti di emissioni di metano), olio di palma, e anche la più grande superficie agricola al mondo. Solo che ci sono alcune problematiche: la scarsità d’acqua (secondo la banca di sviluppo asiatica l’agricoltura è il maggiore consumatore di acqua in Asia, con una media del 70% delle risorse idriche della regione utilizzate per la coltivazione di cibo) e la diminuzione della popolazione rurale ad esempio. L’invecchiamento della popolazione agricola e la migrazione verso le aree urbane è un altro problema. Gli eventi meteo estremi inoltre in Asia stanno modificando molte cose.
Cosa?
Ad esempio anche per quanto riguarda il bestiame: in Mongolia non ci sono più le steppe che tutti immaginiamo come simbolo e immagine stereotipata del paese, perché d’inverno fa molto più freddo e d’estate molto più caldo, le bestie non hanno cibo, il nomadismo diminuisce, i pastori tornano nelle città, non trovano lavoro e finiscono per vivere nei quartiere “ger” (ger è la yurta in mongolo): senza allacci bruciano copertoni e rendono Ulan Batoor una delle città più inquinate al mondo. Agricoltura mi ricorda anche un altro tema legato sempre alla tecnologia: in Asia per tutte le problematiche che ho molto riassunto, si stanno sperimentando alcune cose, ad esempio colture geneticamente modificate (specie in India, Cina, Pakistan, Filippine e Myanmar), l’agricoltura di precisione che utilizza tecnologie come GPS e immagini satellitari per aiutare gli agricoltori a implementare strategie di semina, fertilizzazione e raccolta basate sui dati l’irrigazione a goccia, soprattutto in Asia centrale.
Trump si è insediato, ora l’America è ancora forte, gode di un discreto indice di fertilità per via dell’immigrazione, ha risorse in abbondanza, però i numeri ci dicono che il continenti asiatico ospiterà 5 miliardi di persone, da qui al 2100 che tendenze geopolitiche vedi? Asia contro America? Asia contro resto del mondo?
E’ davvero complicato, io ho intitolato il libro 2100 anche perché nessuno nel 2100 potrà dirmi che ho cannato tutto 🙂
Certo, questo lo capisco
La difficoltà di fare previsioni dipende anche dalla velocità con cui stanno procedendo alcune tecnologie, ad esempio l’IA, in grado di impattare pesantemente non solo sulle nostre vite, nella quotidianità, ma anche e soprattutto i comparti militari. Stiamo assistendo a un riarmo globale, per dire le Filippine stanno pensando di comprare un sistema anti missile americano, perfino il Giappone sta ripensando da tempo a un esercito vero e proprio (dopo la seconda guerra mondiale gli è vietato in teoria dalla costituzione). Insomma c’è uno stato di tensione permanente. Poi posso aggiungere una cosa?
Ci mancherebbe, procedi
Dire “l’Asia” è fuorviante, io utilizzo questo termine con tutti i limiti del caso, perché non esiste un sentimento “asiatico” come potremmo definire un sentimento “europeo” che forse non è sentito tanto quanto ma se mi chiedessero di definirmi io mi definirei “europeo”. Ogni paese asiatico ha una sua forma di nazionalismo e gli echi di “asia agli asiatici” rimandano a periodi piuttosto bui. Quindi io credo andremo verso un mondo dove tante potenze regionali determineranno il futuro di quel territorio, nell’ambito di quella che ora viene anche chiamata “deglobalizzazione”. Il rischio poi è anche un altro, cioè un confronto asimmetrico: facciamo l’esempio Usa e Cina. In futuro su alcune tecnologie, come ad esempio satelliti o BCI (brain computer interface) stiamo procedendo verso un confronto che al momento oppone uno Stato (la Cina) a un privato (Musk). Quindi è davvero imperscrutabile il futuro al momento, tenendo conto di alcuni punti interrogati: intanto l’Africa, che cresce demograficamente che ha alcuni paesi molto forti economicamente e tecnologicamente (Nigeria ad esempio) ma la cui crescita demografica all’interno di sistemi politici instabili potrebbe portare a una maggiore povertà. E poi l’Europa, che non a caso tu non hai citato nei potenziali continenti che si confronteranno. Ecco, l’Europa forse nel 2100 potrebbe essere totalmente marginale, una specie di terzo mondo.
Lo stato dell’arte è questo: vuoi, te la senti, di ragionare su alcuni strumenti utili a una più sana cooperazione?
Dirò cose banali: l’Asia è caratterizzata da un pluralismo etnico, religioso, territoriale, culturale notevole quindi intanto bisognerebbe cominciare a capire che dire Cina non significa dire Vietnam e così via. La seconda cosa che a me pare fondamentale per una cooperazione è quella di osservare cosa succede lì senza pregiudizi, cercare di capire i punti in comune, dotarsi di curiosità banalmente. Ma vale per l’Asia così come per qualsiasi altro posto al mondo. Viaggiare ad esempio è un altro strumento utile, parlo per le persone normali, scoprire altri mondi, altri modi di ragionare, di vivere eccetera. E sconfiggere non dico tutti, ma qualche pregiudizio che è ancora profondamente radicato nel nostro modo di guardare all’altro.








