Al mio paese li chiamano”. Non è propriamente un dialetto abruzzese e certamente neppure marchigiano, ma quella variante fonetica che fa sì che la ‘o’ cada, enfatizzando il ‘dore’, rende chiara l’importanza che i pomodori acquisiscono in quel fazzoletto di terra a cavallo tra due regioni, a pochi passi dalla costa, con alle spalle il Gran Sasso. All’epoca mio padre coltivava pomodori come hobby, tra una lezione a scuola e una ripetizione di matematica il pomeriggio. Ne avevamo sempre una cesta piena, a settembre erano rossi come le ciliege, tra maggio e giugno cominciavano a spuntare ancora verdi, ma già commestibili. Ed ecco allora la merenda perfetta: un po’ d’olio, un pizzico di sale, il pane – tassativamente casereccio per mantenere il gusto autentico – e il pommodoro a pezzi o “strjato”, strisciato, sulla mollica. Sapori e odori di un tempo lento, ricordi di pianti e risate in attesa dell’arrivo di agosto, quando ci riunivamo tutti – zii, cugini, vicini di casa – per preparare le bottiglie di passata: allora il pomodoro bruciava sulle dita di chi aveva graffi o spellature, si attacava ai vestiti e ai capelli, prudeva e diventava soffocante come il caldo di quei giorni lunghissimi, quando il tempo si dilatava e tutto sembrava ancora possibile.








