Se siete stanchi delle solite guide che vi propongono i soliti itinerari, se non ne potete più di borghi antichi, agriturismi più o meno raffinati, spiagge che “non le conosce nessuno” ma ci trovate anche il vicino di casa, allora potete andare per Vulcani.
Ce lo spiega il libro di Luca Bergamin, Andare per Vulcani (il Mulino). Un testo interessante, affascinante nel suo incedere tra pendici e crateri di Vulcani italiani, dalla cui sommità potete vedere un pezzo d’Italia poco conosciuta, come per esempio i Campi Flegrei e le ville di Bacoli, nonché il magnifico antro della Sibilla Cumana, ma anche il monte Amiata caro a Dante sulla via, oppure fare una passeggiata in Lessinia, tra i vulcani dei fossili e dei vini, e scalare uno o due degli ottantuno petrarcheschi Colli Euganei.
Luca Beegamin scalando e circumnavigando la base dei crateri italiani non ci parla solo di geologia, ma poggiando i piedi ben saldi sulle pietre laviche ci racconta di poeti che hanno scalato quei vulcani, di registi che li hanno filmati, scrittori che hanno scritto reportage ancora utili per capire come era e com’è il mondo.
Sul Vesuvio per esempio Luca Bergamin si diverte a raccontare la floridezza del suolo, osserva che grazie a questa terra fertile sono nate le piccole piantagioni del pomodorino del piennolo, una vera rarità, coltivato proprio (ed esclusivamente) sulle falde del Vesuvio.
Di questa varietà (a marchio Dop, presenta la forma di ciliegia o fischietto) dice Bergamin: “assai saporito, viene raccolto nei mesi estivi e si mantiene in ottime condizioni fino alla primavera successiva se legato in grappoli e sospeso al soffitto o ai balconi (da qui deriva per l’appunto il suo nome piennolo cioè «pendolo»). Grazie alla sua buccia assai consistente, tale da farlo resistere appeso al suo peduncolo, conserva a lungo inalterate le sue qualità organolettiche.
Conviene dunque salire sul Vesuvio – ci dice Luca Bergamibni- non fosse altro per fare un giro nella storia del mondo e infine brindare con un calice di Lacryma Christi del Vesuvio Doc. “Questo vino, prodotto da uve autoctone coltivate da millenni alle pendici del Vesuvio, insieme alle altre varietà locali del Caprettone e della Falanghina, può essere vinificato in bianco, rosso o rosato.
Il poeta latino Marco Valerio Marziale nei suoi epigrammi (libro IV, 44) scrisse non a caso: «Ecco il Vesuvio, poc’anzi verdeggiante di vigneti ombrosi, qui un’uva pregiata faceva traboccare le tinozze. Bacco amò questi balzi più dei colli di Nisa».
E questo è per il Vesuvio, dovreste vedere gli altri vulcani italiani, altre geologie, altri poeti, altri prodotti, altri panorami, altre storie, altre cose da imparare.







