Olivia Silver ci parla del libro di Fabrizio Tonello, L’America in 18 quadri. Dalle piantagioni a Silicon Valley (Laterza). Libro in cui si racconta la turbolenta e avventurosa storia agricola (dal cotone al mais) e industriale (dal petrolio alla Silicon Valley).
L’America del Nord è un luogo che fa parte dell’immaginario collettivo, tanto che ogni viaggio là si risolve in déjà-vu: c’è sempre uno scorcio di New York, San Francisco, Yosemite, New Orleans, Mississippi già visto in un film o in una serie, a volte persino in un quadro.
Per i più accorti tra i non addetti ai lavori, in Italia, quel quadro solitamente è di Edward Hopper, cantore per immagini di una America di solitudini abbacinanti, non di rado scelte per le copertine dei romanzi di autori d’oltre oceano. Per qualcuno sono reminiscenza artistica americana anche le immagini realistiche e romantiche di Norman Rockwell che ha ritratto, tra le altre cose, scene assai esemplari di Thanksgiving.
Le sue illustrazioni (realizzate in gran parte per il Saturday Evening Post) affiorano in filigrana anche nell’ultimo film di Zemeckis, Here, non a caso tratto da un fumetto e giustapposizione di tableaux vivants con scene di famiglia in un interno casalingo, da Benjamin Franklin al Covid-19.
Ci sono ovviamente molte altre tele che raccontano la storia giovane e travolgente degli Stati Uniti, storia iconica, si potrebbe dire se l’aggettivo non fosse logoro e svuotato di significato; moltissime di esse si trovano al Whitney Museum nato nel 1931 ma trasferitosi nel 2015 al Meatpacking District di Manhattan in un edificio progettato da Renzo Piano che ospita solo arte moderna e contemporanea americana, per un totale di oltre 15.000 opere.
Non deve essere stato semplice per Fabrizio Tonello selezionare solo 18 di queste e tracciare, seguendo il filo delle trame in essi rappresentate, la storia degli Stati Uniti dalla Dichiarazione di indipendenza del 1776 fino al secondo mandato di Trump, storia che giocoforza segue anche quella agricola e industriale del Paese.
Nondimeno Tonello, studioso senior dell’Università di Padova specializzato in storia degli States e nello specifico nell’evoluzione del suo sistema politico, ci riesce in modo molto efficace declinando il suo sapere da scienziato politico nei temi della storia dell’arte: ne segue un viaggio guidato dentro i quadri quali veri e propri accessi privilegiati a mondi paralleli, che neanche Mary Poppins quando si tuffa nei disegni col gesso nel marciapiedi.
Agricoltura e industria, dicevamo, ma anche commercio, l’economia tutta insomma, scandiscono le vicende della super potenza, e i capitoli di questo libro.
La coltivazione del cotone è il principio, la tela di riferimento Cotton Pickers, di Caroline Speare Rohland, come pure la stampa dell’incisione di Elizabeth Catlett, In Harriet Tubman I helped hundreds to freedom: opera da cui si dipana il racconto che ha protagonisti possidenti terrieri assiepati sul Mississipi e sempre a caccia di nuove superfici coltivabili, 8.000 piantatori, milioni di afroamericani in catene al loro servizio, ma anche il Vecchio mondo con la sua bramosia tessile.
Una frenesia che non cessò neanche con la vittoria dei Nordisti e la ratifica del XIV emendamento che rispondeva alla sentenza sentenza Dredd Scott v. Sandford con cui la Corte Suprema escludeva le persone di origine africana dalla cittadinanza.
Tonello disinvoltamente snocciola la contabilità vertiginosa del commercio del cotone (il cui export nella seconda metà dell’Ottocento triplicò nell’arco di vent’anni), mentre accompagna il lettore nei cunicoli della underground railroad attraverso cui gli schiavi fuggivano verso Stati abolizionisti e Canada (ci sono a riguardo un romanzo, scritto da Colson Whitehead. e una mini serie distribuita da Prime).
La storia della coltivazione di mais e segale corre parallela a quella della distillazione del whiskey il cui consumo a sua volta accompagna e corrobora la vita del pioniere: al Whitney Museum c’è un Hopper, nel suo momento parigino, che evoca molto bene la questione alcolica statunitense, Man Drinking, del 1906.
Il reperimento delle materie prime orienta rotte e strategie geopolitiche: l’olio ricavato dal grasso dei capodogli e destinato all’illuminazione è’ l’abbrivio per l’autore al racconto dei balenieri di Nantucket, il tutto prendendo le mosse da una riflessione sulle modalità di conservazione dei prodotti deperibili, della carne di cetaceo nella fattispecie, e dall’acquerello Ice House di Georgina Klitgaard. Ed è subito Moby Dick, come è subito Huck e Jim quando il testo parla delle milizie filoschiaviste del Missouri.
Perché appunto tutto il racconto dell’America si insegue e procede per visioni, anche letterarie, di cui Tonello tiene il filo che lega quelle vicende del passato prossimo alla più stringente attualità: l’era del petrolio, cui si connettono industria automobilistica, riscaldamento globale, incendi (v. a riguardo L’Età del Fuoco di John Vaillant), il delirio di Donald Trump che ci allieta dal 2016.
A partire da una riflessione sul quadro pandemico Hart Island Crew dipinto nel 2020 da Kambui Olujimi e che ha per soggetto la sepoltura in fosse comuni, il mood trumpiano viene ripercorso a ritroso lungo una folle cordata di predecessori del tycoon tra cui Charles A. Lindbergh e Joe McCarthy, senatore del Wisconsin.
Una storia, che oggi si manifesta con evidente virulenza, in cui confliggono oligarchia e democrazia, élite e popolo, piantagioni e industrie, opposti che non generano armonia con buona pace di Eraclito e Tocqueville, ma che non smettono di alimentare un patrimonio immaginifico cui, piaccia o no, guardiamo e attingiamo tutti.







