Col tempo ho cominciato ad apprezzare gli agrofarmaci, dice la fitopatologa Lodovica Gullino, perché negli anni, più li studiavo più ne capivo la complessità e la necessita, e, soprattutto, (capivo) come usarli al meglio.
Una dichiarazione che condivido, ma che risulta per molti un’affermazione shock, soprattutto per quelli che si prendono l’incarico di raccontare l’agricoltura e, nemmeno iniziano il racconto, e già sottolineano e stigmatizzano l’uso dei pesticidi.
In genere, con tutta la troupe se ne vanno su una montagna a intervistare qualcuno che alleva un po’ di animali e ha un orto, e che dice loro: ho scelto un’agricoltura senza pesticidi, naturale ecc.
Tra l’altro, una volta, mio padre, che ha 90 anni – contadino per decenni, poi funzionario dell’Ispettorato agrario di Caserta, nonché dirigente – dopo aver visto una documentario di Geo di questo tipo (valli incontaminate, allevamento alla stato brado, qualche moggio di terreno coltivato ad orto), ha preso carta penna e si messo a fare con gli strumenti dell’estimo un’analisi costi e benefici dell’azienda montana, e già a metà conteggio ha cominciato a dire: ma non si giustifica un’azienda così, non è sostenibile. Alla fine ha concluso: ma questi come campano?
Gli agrofarmaci ci consentono di campare, cioè di mangiare meglio, perché purtroppo anche i patogeni hanno questa cattiva abitudine di mangiare le piante e i frutti: c’è competizione insomma.
In più, sono prodotti innovativi, frutto di ricerche decennali e di investimenti costosissimi finalizzati ad abbattere il loro impatto negativo, e chiamarli ripetutamente ostinatamente pesticidi giusto per un like ha due conseguenze: non si inseriscono nel dibattito pubblico agricolo quei necessari elementi di complessità che servono per capire cos’è l’agricoltura reale, come funziona, quali pecche ci sono nel sistema e come si possono combattere.
In più (seconda conseguenza) si offende il presente, cioè la ricerca che c’è dietro a un prodotto. Ricerca significa molte cose, soprattutto giovani chimici e agronomi e aziende che investono. Nel teatro agricolo, queste figure sono protagonisti testardi, perché si incaponiscono a voler produrre (sperimentare, testare, misurare) nuove molecole meno impattanti e più efficaci.
La differenza tra i vecchi agrofarmaci e i nuovi è così abissale da non essere neppure comparabile, sembrano mele e pere che non possono essere sommate; sono stati fatti tanti sono i passi in avanti.
Allora, in questo numero raccontiamo i passi in avanti, che ora ci consentono di usare gli agrofarmaci in maniera blanda ma efficace, così che una volta usati possono passare leggeri sulla terra – per usare il titolo di un libro di un scrittore sardo, Sergio Atzemi, morto giovane a settembre del 1995.







